Un’immagine, un racconto
“Un libro inizia con un’immagine. Vedo un’immagine con gli
occhi della mente e poi cerco di raccontare ciò che vedo”
(Orhan Pamuk – Istanbul: ricordi di una città)

Immagine di Damiano Stizza
Caterina Traina, luglio 2026
I pescatori

Estate torrida, non si respirava da giorni. La gente, scappata dalla grande città, si affollava in montagna o al mare. Trovare refrigerio era la parola d’ordine. Marina abitava in una casa sulla spiaggia e, quella mattina, scese in riva per un bagno rinfrescante. Si bagnò prima i piedi, testando la temperatura dell’acqua, poi piano iniziò a immergersi. Si sentiva felice di nuotare e fare anche dei tuffi, quando all’improvviso le presero dei crampi ai piedi e rischiò di affogare. Annaspava, non riusciva a stare a galla ed ebbe paura. Dei pescatori notarono la ragazza in difficoltà e, con la barca, cercarono di salvarla. Il pericolo era passato e Marina si ritrovò in salvo sull’imbarcazione. I pescatori la portarono a riva e poi tornarono in mare.
La sera arrivò: il sole tramontava e le onde increspavano dolcemente la riva. La luna, appena spuntata, si specchiava risplendendo con la sua lucentezza. Due delfini saltavano e danzavano, formando cerchi nell’acqua e cantando la loro melodia d’amore.
Tutto era calma e silenzio. Sulla barca, i pescatori stavano recuperando le reti, quando un branco di squali si avvicinò. I delfini si misero davanti all’imbarcazione, proteggendo gli uomini che, grati, ringraziarono i loro coraggiosi amici.
La sera riprese placida e, una volta a casa, i pescatori raccontarono della loro disavventura.
‘Immagine di ChatGPT
Rita Dell’Arso, luglio 2026
L’ora di confine

Dora era arrivata su quella spiaggia all’alba, in un’ora deserta. Aveva scelto appositamente quell’ora di confine in cui si lascia la notte per affrontare il giorno.
Viveva un periodo precario dove tutto le sembrava in bilico, instabile.
Per questo da poco aveva iniziato a fare meditazione, per provare ad uscire da questo stato di vita sospeso, di vita in bianco e nero, di confine.
Alba e sera, due momenti del giorno di confine: l’alba è la promessa, la sera è il bilancio. Aveva più bisogno di promessa o di fare un bilancio della sua vita?
Arrivò sul bagnasciuga e si mise sulla riva a guardare il mare, poi prese il telo e lo posò sulle spalle per proteggersi dal freddo mattutino.
E il mare le parlò. Il bianco e nero si infranse, il sole levandosi diede colore alla giornata e alla sua vita.
‘Immagine di ChatGPT
Giuseppe Pugliese, luglio 2026
Al mare

Finalmente c’era arrivata. Al mare. Un po’ fuori stagione, ma forse era meglio così.
L’aria di inizio settembre era rinfrescante e corroborante allo stesso tempo e l’acqua era ancora calda.
Vi si era avvicinata in punta di piedi, timorosa di percepirla ormai fredda e invece un calore tiepido l’aveva subito avvolta e si era propagato lungo il corpo. Era il momento di abbandonarlo quel pareo ed immergersi senza esitare.
Nuotava malino, ma c’era pochissima gente in spiaggia e nessuno avrebbe fatto caso a lei. Così vinse la timidezza, superò le sue ultime ritrosie e splash…
Dopo il tuffo riemerse felice, come si fosse scrollata un peso di dosso.
Questo ultimo anno era stato davvero duro, pesante, con un cambio di mansioni che l’aveva sfiancata. Aveva sì evitato il licenziamento grazie a questo suo rimettersi in gioco, ma passare dal lato amministrativo a quello operaio le era costato non poco.
No, non giudicate male, non in termini di dignità, ma di qualità del lavoro; ore passate ad apprendere una manualità che non pensava di avere, ma a furia di perseverare li aveva convinti ed ora non era più sotto esame.
Non poteva permettersi di perderlo quel posto e soprattutto non poteva trasferirsi in alcun modo lontano da sua madre, malata da tempo e bisognosa, oltre che di cure, di affettuosa compagnia che col padre spesso assente per lavoro poteva garantirle solo lei, figlia unica ed amatissima.
Le avevano dato tanto, quasi tutto, ed ora era tempo di ricambiare.
Non si era sposata solo perché non aveva trovato quello giusto. Alcune storielle e poi un paio di tentativi anche seri andati però entrambi a male per ragioni diverse. Niente di sconvolgente, ma era stato triste e lei credeva fermamente in un unico proverbio: non c’è due senza tre.
Così aveva desistito dalla ricerca. Di tanto in tanto accettava ancora qualche invito, ma via via sempre con più distacco. Una bella serata, una bella cena in un qualche bel locale, quattro chiacchiere tra il serio e il faceto, ma altro non concedeva. E difficilmente si ripetevano.
Non era più giovanissima, ma per fortuna nel mondo attuale le cose sono cambiate, ed era ben lungi dal poter essere considerata una zitella. Inoltre si curava, era carina e perfettamente in grado di dire ancora il fatto suo. Ma se manca la voglia questi finiscono solo coll’essere pensieri inutili.
Aveva sguazzato ancora un po’ nell’acqua e poi era andata a rifugiarsi sotto un provvidenziale ombrellone che aveva trovato abbandonato sulla sabbia. E che non si era rivelato perfetto, ma utilizzabile nonostante qualche difetto di curvatura nelle stecche.
* * *
Si era addormentata e poi bruscamente risvegliata trovandosi accanto un uomo.
“Ciao sono Marco. Scusami se ti ho spaventata ma oggi fa un caldo tremendo e l’unico posto all’ombra dei dintorni sembra essere questo”.
“E’ tuo questo ombrellone? Perché io l’ho trovato in terra un po’ più in là” gli chiese.
“No no figurati e comunque se così fosse stato ne sarei felice perché utilizzato da una bella ragazza come te. Cosa avrei potuto desiderare di meglio?” le rispose spiritosamente.
Lei rise di getto e si presentò “Sono Vania, piacere di conoscerti”.
“Che nome insolito per queste zone. Non sei di qui?” fece lui e cominciarono una fitta conversazione.
* * *
Ora che ci ripensa capisce quanto sia facile sbagliarsi e quanto le proprie convinzioni possano essere riviste se solo ci si applica veramente a rimettersi in discussione.
Con Marco ormai viene spesso qui ed è una amicizia che, lo sente, sta trasformandosi in amore. Ed è così pure per lui, almeno crede. Anzi no, ne è proprio certa.
Si stanno frequentando sempre più assiduamente e ieri sera c’è scappato il primo bacio. Incredibilmente timido, ma denso di significati.
Quell’ombrellone, proprio quello, lo hanno aggiustato insieme così come sembra stiano facendo con le loro vite, intrecciandole a poco a poco, senza fretta.
Anche lui ha qualche delusione alle spalle, proveranno insieme a dimenticarle.
Si dirige verso la battigia e ora a fine ottobre non si può negare che al contatto dell’acqua qualche brivido corra lungo la schiena. Almeno inizialmente perché poi si sveste del solito pareo e si tuffa. Poche bracciate via via più convinte sono sufficienti a riscaldarla.
Poi tanto sa che tra un po’ arriverà Marco a porgerle l’asciugamano affinché non si raffreddi e godranno insieme dell’ultimo tiepido sole disponibile.
Le giornate si accorciano e la loro unione si allunga e stabilizza piano piano.
Certo solo il tempo svelerà il loro vero andamento come coppia, ma per ora lei è felice come non lo è mai stata prima.
Ed eccolo di nuovo, che le fa ciao.
Ha addirittura portato dei panini e sventola il suo bottino per evidenziare l’impresa.
E una fame inattesa le scoppia dentro.
Raggiunge la riva che piange e ride contemporaneamente.
Marco la osserva interdetto. Le va incontro e, come da copione, le avvolge l’asciugamano attorno al corpo, ma stavolta poi l’abbraccia forte.
Lei gli dice “Niente, non è niente, non farci caso”.
Lui la guarda di sottocchi, poi fanno naso e naso ed è questo il gesto definitivo, quello che suggella la loro unione ancor più e meglio dei baci appassionati che verranno.
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Rosaria Russo, luglio 2026
Il profondo dell’Abisso (a pelo d’acqua)

Ho uno strano rapporto con l’acqua, che sia il mare o un lago. Lo immagino pieno… troppo pieno… di acqua, pesci, animali che non conosco, fondali sconosciuti e pericolosi. Spesso ho immaginato mondi incantati. Paurosi. Non riesco a essere tranquilla davanti a una immensità vasta di acqua.
E quindi il mio analista, tempo fa, mi ha invitata ad affrontare nel profondo questa mia inquietudine. Lui forse intendeva col suo aiuto, ma io l’ho interpretata in un altro modo: venire qui ogni mattina, da che sono in vacanza, fissare il mare, il suo orizzonte e sfidarlo.
Quindi, eccomi qui. Ore sei e quindici.
La spiaggia è deserta, tranne che per un gabbiano maleducato che mi fissa, ed ha uno sguardo inquietante. Eh sì, guarda proprio me, che sono qui con tutta la mia attrezzatura per sopravvivere a questa sfida.
Il dottor Martini l’ha fatta facile nel suo studio al terzo piano con l’aria condizionata, ma lui non sa cosa significhi guardare in faccia l’abisso. Per questo non ho lasciato nulla al caso.
La mia armatura da spiaggia comprende: scarpe da scoglio in neoprene (perché il pensiero che una tracina possa anche solo sfiorarmi l’alluce mi provoca il collasso) e una cuffia da nuotatore in silicone talmente stretta da avermi praticamente riposizionato i lineamenti del viso. Sopra la cuffia, ho piazzato gli occhialini professionali, stringenti sul naso. Vanno fissati sopra, tassativamente, mica sotto. Non sia mai che l’elastico ceda, gli occhialini sfuggano e io rimanga accecata nel bel mezzo del duello, alla mercé di una piovra o, peggio, del gabbiano.
Completano il kit un singolo bracciolo arancione fluo sul braccio destro, tengo la sinistra libera per le manovre d’emergenza e il mio scudo.
Il mio scudo è un telo mare fucsia con un’anguria gigante. Lo tengo teso davanti a me, come se potesse fermare il mare. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è ridicolo. Lo lascio cadere sulla sabbia e faccio il primo passo. Il mare oggi è piatto, immobile. Una chiara provocazione.
Prima di fare l’estremo sacrificio ed entrare in acqua, però, decido che è il caso di mandare un messaggio WhatsApp al dottor Martini. Meglio avvisare, non sia mai che sparissi per sempre nel mare; e poi ci tengo a rassicurarlo sul fatto che ho preso in pieno il suo suggerimento.
Digito furiosamente con la mano sinistra: «Caro Dottore, sono qui. Il mare stamattina è calmissimo, sembra quasi un invito a provare. Poco importa se nuoto come una papera, lei mi ha detto che sicuramente galleggerò. “Galleggiare nel vortice delle emozioni per non soccombere”, ricorda? Ecco, di vortici per ora non ne vedo, c’è solo un gabbiano che mi giudica, ma io sono esattamente nel posto che mi aveva indicato per rilassarmi: Spiaggetta Lunga. Vado.»
Click. Inviato. Con la coscienza a posto e il testamento digitale consegnato alle spunte blu, mi appropinquo a entrare.
Faccio il primo passo. Poi il secondo.
L’acqua fredda mi accarezza le caviglie. È a quel punto che la fisica decide di ricordarmi che non è un’opinione. Un microscopico, ridicolo strato di risacca, un’ondina alta sì e no tre centimetri, mi investe i piedi.
Presa dal panico, faccio un balzo indietro. Le scarpette slittano sulla sabbia bagnata. Il bracciolo decide che è il momento di prendere il comando e mi tira da una parte. Per qualche glorioso secondo credo di poter recuperare l’equilibrio. Poi la fisica si ricorda di esistere. Perdo aderenza e cado in acqua all’indietro con un tonfo epico.
L’acqua mi sommerge. In preda al panico più totale, comincio ad annaspare furiosamente, agitando braccia e gambe. Lancio un urlo stridulo, primordiale, che squarcia il silenzio dell’alba e fa volare via terrorizzato persino il gabbiano. Solo dopo diversi secondi riapro gli occhi. Sono sdraiata sul bagnasciuga. L’acqua mi arriva a malapena alle orecchie. Il karma mi è decisamente contro.
Mentre cerco di rimettermi in sesto, sento dei passi sulla sabbia. Alzo lo sguardo, pronta a essere divorata dal Kraken, e invece mi trovo davanti un ragazzo con una macchina fotografica al collo. Ha assistito a tutta la scena. Mi porge una foto stampata da una Kodak istantanea, ancora calda. Deve averla scattata un attimo prima che lasciassi cadere il telo sulla sabbia.
La guardo: in bianco e nero, l’inquadratura cattura una figura solitaria, intensa, quasi poetica, che sembra pronta a fondersi con l’infinito orizzonte. Sembro una musa ispiratrice. Il fotografo mi rivolge un sorriso tenero, comprensivo, privo di qualsiasi traccia di ironia, e se ne va salutando con un cenno. Chi l’avrebbe mai detto che un secondo prima del ridicolo fossi così d’impatto?
Mi siedo sulla sabbia, rigirandomi tra le mani quel piccolo capolavoro di malinteso visivo, quando sento il cellulare squillare insistentemente nella borsa. Non faccio in tempo a prenderlo che la chiamata cade. Sullo schermo compare subito una notifica WhatsApp del dottor Martini. Ha letto il messaggio e ha provato a chiamarmi.
Apro la chat. Il testo recita: «Le conviene richiamarmi immediatamente prima che allerti la neuro. E per la cronaca, intendevo un vortice EMOTIVO, non di fare il bagno con le piovre a Spiaggetta Lunga! Risponda!»
Sorrido, guardo la mia foto poetica, guardo il mio bracciolo arancione e digito: «Tutto bene, Doc. Ho affrontato l’abisso. Ha vinto lui tre a zero, ma il fotografo dice che ho un futuro.»
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Cristina Vignotto, luglio 2026
Il sipario di spugna

Dall’obiettivo della macchina fotografica, il mondo sembrava sospeso in un eterno bianco e nero. Matteo trattenne il respiro, con il dito immobile sul pulsante di scatto, cercando di stabilizzare la presa per non tradire il tremito leggero che gli correva tra le mani.
Davanti a lui, l’acqua del lago era una distesa infinita di riflessi, mossa solo da un brivido leggero che saliva dall’orizzonte nebbioso.
La luce del primo mattino filtrava tra le nuvole basse, creando una strana atmosfera sospesa, quasi sacrale. L’aria profumava di terra bagnata, di alghe e di quel silenzio complice e profondo che appartiene solo a chi si sveglia prima del mondo per tenersi la mano.
Sulla riva, a piedi nudi sulla sabbia umida, c’era Sofia, il centro esatto del suo universo.
«Sei pronta, amore mio?» sussurrò lui, anche se sapeva che la distanza e il respiro della risacca avrebbero coperto le sue parole. Non importava, si capivano con gli sguardi, con quei piccoli codici invisibili e silenziosi che avevano costruito giorno dopo giorno in tre anni di un matrimonio felice.
Sofia gli dava le spalle, immobile, un profilo di pura grazia contro la vastità dell’acqua. Indossava quel costume intero a coste scuro che lui le aveva regalatoe teneva un grande telo mare teso dietro di sé, sollevato con le braccia spalancate. Con la sua trama a righe, quell’asciugamano sembrava un sipario di spugna pronto ad aprirsi su uno spettacolo segreto.
Era stata una sua idea fare quel servizio fotografico da soli, senza estranei, in quella caletta isolata che avevano scoperto durante la loro prima estate insieme. Volevano un ricordo intimo, un fermo immagine che fosse solo ed esclusivamente loro.
Matteo mise a fuoco il sasso piatto vicino ai piedi di lei, poi la linea scura della riva bagnata, e infine la curva incredibilmente morbida e familiare delle sue spalle. C’era qualcosa di solenne in quella posa, eppure di infinitamente dolce e leggero. Sapeva bene che sotto quel telo batteva il miracolo che stavano aspettando da sei mesi, il frutto più bello del loro amore, ma non immaginava che quel mattino d’estate avrebbe cambiato per sempre il battito del suo cuore.
«Ora», disse Sofia, voltando appena la testa per cercare il suo sguardo nel mirino, regalandogli un sorriso colmo di una dolcezza segreta.
Con un movimento lento, quasi una danza deliberata, Sofia non si limitò ad abbassare l’asciugamano, ma compì una mezza rotazione, girandosi di tre quarti verso l’obiettivo.
Il tessuto di spugna scivolò via dal fianco, rivelando la curva tonda, perfetta e levigata del suo ventre, accarezzata dal vento del mattino.
Ma non era tutto. Matteo, stringendo l’occhio sul mirino per catturare ogni singola sfumatura, vide che Sofia teneva la mano libera appoggiata proprio sulla pancia, con una delicatezza infinita, come a voler proteggere quel battito. Tra le dita stringeva un piccolo nastro di raso. Nel contrasto del bianco e nero della macchina fotografica prima appariva come una striscia scura, ma Matteo lo vide subito del rosa più splendente: era lo stesso nastro che lei teneva custodito sul comodino. Non ebbe bisogno dei colori per capire.
Sulla pelle tesa della pancia, Sofia aveva scritto una sola parola con la sua matita da trucco nera, una parola che spiccava nitida, bellissima e fiera: “Nina”.
Il cuore di Matteo mancò un battito, per poi ricominciare a correre all’impazzata. L’eco della busta chiusa dell’ultima ecografia, che Sofia aveva ritirato il giorno prima promettendo di fargli “una sorpresa sulla spiaggia”, gli rimbombò nel petto come una melodia bellissima. Una bambina. Avrebbero avuto una bambina, e si sarebbe chiamata come la nonna di Sofia, proprio come avevano sempre sognato a occhi aperti nei loro discorsi sussurrati a notte fonda, accoccolati l’uno contro l’altra sotto le coperte.
Non c’era posa studiata, non c’era artificio in quel momento. Era l’amore nella sua forma più pura, semplice e travolgente: una giovane mamma che svelava il segreto più dolce della loro vita, illuminata dalla luce dorata e morbida del lago, con i capelli spettinati dal vento e gli occhi lucidi di gioia.
Matteo scattò. Il suono dell’otturatore fu un battito rapido, preciso, che impresse sulla pellicola molto più di un’immagine. Immortalò una promessa eterna, lo stupore puro di un padre, e le lacrime d’amore che cominciavano a calargli calde sulle guance, appannando il mirino. In quella frazione di secondo c’erano tutte le loro speranze, la paura dolce del futuro che li aspettava oltre quell’orizzonte sfocato, e l’emozione immensa per quella nuova vita nata dal loro abbraccio.
Sofia lasciò cadere del tutto l’asciugamano sulla sabbia umida, dimenticandosene, e si voltò completamente verso di lui, tesa verso il suo bacio.
Matteo abbassò la macchina fotografica, lasciandosela dondolare sul petto e le andò incontro a passo svelto, quasi correndo.
La raggiunse sulla riva e la strinse a sé in un abbraccio disperato d’amore, prima di inginocchiarsi sulla sabbia bagnata per appoggiare le labbra e la fronte contro quella pancia calda, sussurrando il nome della loro bambina. Le mani di Sofia si intrecciarono dolcemente tra i suoi capelli, bagnandoli con le sue stesse lacrime di felicità.
Il lago, calmo e complice, continuava a cullare con le sue onde il loro segreto più bello.
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Silvana D’Angelo, luglio 2026
Bisogna avere coraggio

Dopo aver attraversato monti fiumi e valli,
siamo arrivati alla riva.
Già nel cammino abbiamo cambiato vestiti;
abbiamo lasciato via tutti i ricordi.
Ora c’è solo il ricordo della vetta e della lenta discesa,
tutto concentrato nella pianta dei piedi e nelle gambe.
Nella testa le emozioni di persone incontrate, di momenti vissuti.
Davanti alla battigia ci spogliamo degli ultimi indumenti.
Un attimo di esitazione nel lasciare andare l’ambiente che ci ha permeato,
prima di immergerci in questo ambiente sconosciuto ed estraneo.
Forse non proprio estraneo: affiora una reminiscenza di qualcosa di primordiale, che una volta fu confortevole.
È lì davanti a noi
e da lì ricominceremo:
dall’essenziale.
(Riflessioni di una quasi Ottuagenaria)
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Francesca Negrizzolo, agosto 2026
Beati i pesci

Quella nella foto sono io, l’altro è il mare.
Sì, conosciuto e noto praticamente a tutti, meno che a me che l’ho incontrato per la prima volta a 9 anni, pur abitandovi non ad anni luce di distanza.
Me lo raccontavano, ma lo sognavo solamente, e desideravo conoscerlo:
“Piacere! Ecco i miei piedi, e le mani, le gambe, anche la pancia… meno il naso, quello meglio fuori”.
Perché non sono nata pesce?
Lui così bello… bello… di più non so dire.
Ma non è questo il problema.
A 7 anni papà e mamma mi avevano iscritta ad un corso di nuoto presso la piscina comunale.
Quindici lezioni lunghe il tempo deciso dal grande orologio esterno al quale comandavo di correre ogni volta che lo guardavo, confidando nel pensiero magico.
Zampettavano un’ora, le sue lancette, cioè sessanta minuti cioè tremilaseicento secondi per fare il giro necessario.
Lo diceva mio cugino grande, lui sapeva sempre tutto e lo adoravo.
Cioè serviva l’eternità.
Il naso sente ancora l’odore di cloro; le orecchie si riempiono d’acqua e si tappano lanciandomi nell’abisso più profondo che esista, pur rimanendo all’asciutto.
Gli occhi, aperti sott’acqua, rivedono ogni piastrellina azzurra del mosaico che tappezzava la vasca.
***
La corsista è una bambina grassoccia, timida, a disagio; non si ribella, non ne è capace, ed esegue quanto dispone l’istruttrice.
Intanto prima e dopo, nello spogliatoio, si era accorta di tante altre bambine più sottili di lei.
Nessuna bulla, almeno qui; nessuna come a scuola che non volevano darle la mano per quel gioco perché era grassa.
Non che avessero torto…
La festeggiata aveva inventato il gioco di abilità, a coppie: tenendosi per mano si attraversava un passaggio stretto ricavato tra due colonne di scatole da scarpe, senza farle cadere.
Lei si era ufficialmente ritirata dalla gara.
Nessuno aveva contestato.
L’acqua della vasca dei bambini è alta 40 cm., solo 40, l’aveva informata qualcuno.
Ma quaranta è grande, è vicinissimo a cinquanta.
“L’acqua solo 40 arriva alle ginocchia, non devi avere paura.”
Le lezioni si svolgono al mattino, due volte a settimana.
La bambina, non sa come, ad un certo punto, seguendo le indicazioni dell’istruttrice cattiva, burbera, per niente empatica, si trova a galleggiare.
Faccia in giù, corpo tutto sulla stessa linea, braccia distese, mani sul bordo interno della vasca.
L’acqua spinge la pancia e le cosce grassocce verso l’alto.
La bambina pensa che deve trattarsi di un miracolo.
Le lezioni, che si svolgono al mattino, hanno sempre la velocità delle lumache.
Le frequenta per obbedienza, non è previsto piagnucolare né fare i capricci, non è previsto ritirarsi nel proprio guscio.
Mamma e papà avevano pensato fosse cosa buona e giusta, per lei, un corso di nuoto, per lei e per il suo fisico, e avevano anche già pagato.
Poi impara a muovere le braccia, alternate, fuori, sul bordo, per simulare lo stile libero, e lo insegna subito alla sua amichetta, a casa; impara a battere il dorso dei piedi, pure alternati, e a tenere le gambe tese, prima fuori, sul tappetino, poi in acqua.
Impara a tenere la bocca chiusa e la faccia dentro l’acqua per due secondi, forse tre, controllando l’istinto di scappare nel deserto.
Affronta anche questo.
Poi le cose più difficili: vasca grande, acqua alta, capo che ruota di lato, prende l’aria, torna dentro, soffia le bolle, gira di nuovo… questo non lo ha imparato.
Almeno c’era la tavoletta galleggiante di salvezza a rincuorarla, senza giudizi né rimproveri.
Fino all’altro miracolo, avvenuto verso gli 11 anni.
Qualcosa aveva lavorato sodo, là dentro, al buio, in segreto, e l’aveva spinta verso l’alto con tutte le ossa allungate che si sono arrangiate con quel che c’era a ricoprirsi; si sono contese grasso, muscoli, tessuti e pelle: non esisteva più la bambina grassoccia, bensì un altro essere ancora indefinito, ma senza pancia, con gambe snelle, addirittura un’idea di seno e di fianchi.
Beh, sempre meglio della pancia.
***
Si sveglia sempre prima di me, mi chiama e arrivo.
È pronto con il tappeto che luccica e inizia dalle caviglie, le corteggia e ci gioca.
La sua voce sale fino ai polpacci, lentamente, rispondo sì e lui sale ancora e si abbraccia alle cosce. Poi tocca alla pancia e resto senza respiro.
Vorrebbe giocare anche coi piedi, dondolarli e accarezzarli, ma aspetto ancora un po’.
Rimane onesto e trasparente, tutto alla luce del sole; mi spruzza una goccia sulla lingua e mi ricorda la sua riserva salata, che lo rende denso.
Mi dicevano che allora si galleggia più facilmente.
Inizia il nostro viaggio.
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Cristina, agosto 2026
Vacanze al mare

Aveva affermato in modo categorico che non avrebbe mai frequentato un club vacanza, e invece eccola lì, Club stella marina. Laura l’aveva presa per stanchezza. Non aveva fatto altro che ripetere che il mare in Calabria è bellissimo e che il Club è fornito di quanto di meglio in fatto di confort e divertimento: ampia spiaggia, bungalow con aria condizionata, possibilità di fare canoa, surf e pesca subacquea, campi da tennis e beach volley, attività ricreative a tutte le ore del giorno e della notte, musica dal vivo la sera. Lei era stanca e aveva accettato solo perché non aveva dovuto occuparsi di niente. E poi – aveva pensato – mica doveva partecipare per forza a quelle forsennate attività vacanziere. L’amica all’inizio avrebbe insistito ma presto sarebbe stata lasciata in pace, libera di dedicarsi a quello che era l’unico suo obiettivo per l’estate: stare tutto il giorno stesa in riva al mare senza fare e pensare a niente.
Era stato un anno difficile. Sul lavoro la tensione tra lei e il suo diretto superiore era aumentata fino a un limite non più tollerabile, e purtroppo era l’altro ad avere il coltello dalla parte del manico. L’avevano consigliata di essere più diplomatica, di non rispondere sempre con toni risentiti, ma era più forte di lei, non tollerava le ingiustizie. Non rischiava di perdere il posto, ma poteva notevolmente peggiorare la sua posizione: cambio di sede e perdita dei benefit che le spettavano. Quello che le pesava di più era lo stato d’ansia con cui ultimamente si recava in ufficio, per un lavoro che amava profondamente e che non voleva essere costretta a lasciare.
Le cose non andavano meglio con Sergio. Da quando avevano deciso di vivere insieme qualcosa si era rotto ed erano continue discussioni e incomprensioni.
Lui aveva proposto di prendersi un periodo di pausa e di passare le ferie estive ciascuno autonomamente, libero di fare le proprie esperienze. La cosa l’aveva fatta imbestialire, cosa voleva dire “fare le proprie esperienze”? Voleva farle le corna con tutte quelle che avrebbe incontrato o magari aveva già qualcuna con cui passare il mese di agosto? Aveva trattenuto la rabbia e detto solo “Va bene”, ma non andava bene per niente. Sapeva che lui avrebbe fatto i suoi “porci comodi”, mentre lei non lo avrebbe mai tradito, perché lo amava e il tradimento non era previsto nel suo DNA.
Ora però non ci voleva pensare, voleva solo riposo, riposo e ancora riposo.
Dopo tre giorni di sole e dolce far niente, cominciò a guardarsi intorno e, sebbene trovasse ridicole e noiose le attività proposte, non poté non notare uno dei ragazzi del gruppo degli animatori. Si chiamava Mauro, riccioli neri, occhi scuri, corpo perfetto e abbronzato, che sembrava risplendere quando usciva dall’acqua. Le ricordava una scultura greca di età ellenistica. Poiché la bellezza è qualcosa di oggettivo, non ha niente a che fare con il sesso e merita solo di essere goduta in piena felicità, lei stava lì a guardarlo dietro i suoi occhiali scuri, fingendo di leggere.
Quando su insistenza di Laura acconsentì a partecipare al gruppo teatrale, non sapeva che era proprio Mauro a condurre l’attività. Vestito, con la camicia appena sbottonata sul petto e le maniche arrotolate sopra i gomiti, le sembrò ancora più bello che nella versione divinità marina. Presto constatò che era anche simpatico e spiritoso e, per qualche strano motivo, era visibilmente interessato a lei. Poteva avere tutte le procaci fanciulle che gli giravano intorno con occhi dolci, e invece non mancava occasione per farle una corte garbata che la riempiva insieme di piacere e imbarazzo. Non avrebbe però mai ceduto alle sue attenzioni e tradito il suo uomo, non glielo consentivano i suoi principi morali che prevedevano totale fedeltà.
Questo fino alla telefonata di Sergio, rientrato prima di lei a Roma. Fu affettuoso e gentile, ma tra le righe emerse la cruda verità che non aveva passato le vacanze da solo. Rabbia, frustrazione, vendetta e tradimento furono i sentimenti che le affollarono il cuore e la mente. Con totale stupore e sgomento di Laura, l’ultima settimana al Club stella marina prese una nuova piega e le principali attività e gioie di quei giorni furono due, separate o preferibilmente insieme, il mare e Mauro. Fu libertà totale in una vacanza che non avrebbe mai dimenticato. La sera prima della partenza salutò il suo gentile compagno, sapendo che era stata una bella esperienza che finiva lì. La mattina successiva raggiunse la spiaggia all’alba e si tuffò nelle acque fresche e accoglienti. Uscì a malincuore, ma prima di allontanarsi si voltò verso la distesa azzurra come a volerla abbracciare e sussurrò “Grazie mare. Sono arrivata da te stanca e frustrata e torno alla mia vita di tutti i giorni rigenerata, carica della tua forza e dolcezza. Ora so cosa fare”.
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