UN GIALLO IN 800 PAROLE
«Quando hai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.»
(Arthur Conan Doyle – Il segno dei quattro – Sherlock Holmes)

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Giuseppe Pugliese, settembre 2026
Il peana dei defunti

L’ispettore Moretti non ci stava cavando un ragno dal buco.
Aveva due cadaveri mezzo spiaccicati sul selciato del cortile di quel condominio, non brutto, di periferia.
Rosa Archetti e suo marito Osvaldo Terracciani per la precisione.
I soliti due che a detta dei vicini erano bravissime persone, che salutavano sempre, gentili ed educati e che non litigavano mai.
Sarà… ma ne aveva sentite troppe di storie così per crederci. O la gente non voleva immischiarsi o non attribuiva correttamente urla e problemi altrui.
E poi si sa, c’è il peana dei defunti.
Immediatamente dopo la morte siamo tutti buoni, sia chi ne parla sia chi riceve, e non è così manco lontanamente, però in questo modo gira il mondo ed ecco già arrivare i primi cronisti pronti a raccogliere le dichiarazioni indistinte dai vicini, del barista, del tabaccaio e del prete del quartiere.
Tutte frasi fatte, vane e superflue per le sue indagini. Buone solo per la morbosa (e labile) attenzione del telespettatore. Ognuno vuole quei trenta secondi di riconoscibilità in tv.
Di certo non era stata una rapina. In casa, almeno apparentemente, non mancava niente. E poi sì, erano benestanti ma niente di più.
Omicidio/suicidio o suicidio e tentativo fallito di salvataggio? O forse due suicidi e basta?
Era piombata giù prima la donna, questo era sicuro e poi lui, quasi contemporaneamente, a sentire il medico legale.
Ma perché?
* * *
Rosa quel giorno aveva scoperto l’ennesimo tradimento del marito.
Non era la prima volta, ma lei lo amava e, seppure a modo suo, Osvaldo sembrava pure sinceramente ricambiarla. Ne avevano già discusso in passato e lei a fatica aveva digerito scuse e promesse sapendo già che ci sarebbe ricascato. Era un bell’uomo, affascinante, sempre in giro per lavoro e pure da fidanzati aveva dovuto lottare con le unghie e con i denti per tenerselo. Non poteva dire di non sapere che rischio stesse correndo nel volerselo sposare a tutti i costi. Era solo per questo dato di fatto, per questa sua intima certezza, che ogni volta lo perdonava, anche perché erano tutte storie di breve durata ma questa no, non poteva digerirla.
Con Carmen! Una delle sue migliori amiche! Stavolta non avrebbe chiuso gli occhi, non avrebbe accettato consolazioni magari offerte anche da chi nella sua ristretta cerchia di amicizie era già al corrente di quella indecente relazione e ne sorrideva indulgente: questa volta avrebbe cercato vendetta.
Era uscita sul balcone per prendere un po’ d’aria e provare a smaltire, almeno in parte, quella cocente delusione, prima di razionalizzare l’accaduto e predisporsi a una inevitabile reazione.
E poi si era persa. Nel volo di un gabbiano, uno dei tanti che venivano a rovistare tra la spazzatura di quei condomini affollati, addossati e affossati l’uno vicino all’altro.
Un uccello così bello, quasi maestoso e regale, ridotto a procurarsi il cibo in questo modo sconcio e innaturale.
Così, trasognata, si era addirittura messa in piedi sulla ringhiera decisa a raggiungerlo e a spiccare il volo pur essa, perché in definitiva anche lei si era ridotta, lasciando passare ogni cosa come nulla fosse, a raccogliere le briciole di un amore ormai svanito e i resti di affetti falsi e disattenti che solo la sua immaginazione o la sua voglia di non precipitare nella solitudine, aveva potuto ritenere tali.
Lui, coi suoi sensi di colpa, era appena rincasato prima dal lavoro. Chissà, forse un presentimento, un tardivo pentimento, lo avevano indotto ad anticipare il suo ritorno a casa.
L’aveva vista così in pericolo e si era precipitato ad afferrarla, ma forse proprio quel rumore improvviso di passi, quelle sue urla disperate avevano risvegliato Rosa dal sogno e col suo tuffo per afferrarla Osvaldo non aveva fatto altro che far precipitare le cose e loro pure.
Uniti, insieme sino alla fine, legati da uno di quei segreti che poi tanto segreti non sono e albergano in tante famiglie.
* * *
E infatti a questo avevano alfine portato le indagini della polizia.
Una triste, enorme, banalità.
“Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.
Dietro questa celebre frase di Tolstoj si celò a malapena il malumore dell’ispettore Moretti.
Nessun crimine, nessun giallo da risolvere.
E forse era peggio così.
L’ennesima quotidianità troncata, l’ennesimo fattarello da giornale scandalistico.
C’era poca, nessuna, dignità da difendere in tutto ciò, e a lui pareva sempre cosa grave assai.
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Luca Vitali, settembre 2026
Alessio avanza veloce

Alessio arriva al parcheggio alla base del sentiero e sente che il cuore è ancora scosso dall’emozione, quel battito accelerato non accenna a placarsi. Sistema la jeep all’ombra di un faggio, ben sapendo che al ritorno la troverà arroventata sotto un sole spietato, si sistema lo zaino in spalla con le mani che ancora gli tremano e poi si avvia per il sentiero 249/b che porta in quattro ore al bivacco della Malga Agusella.
Quello stronzo con la porsche cayenne era spuntato all’improvviso dalla provinciale della Val Daone e gli aveva tagliato la strada senza rispettare la precedenza, poi aveva dato una sferzata all’acceleratore per sbattergli in faccia tutta la potenza del suo motore. Lui aveva inchiodato la macchina e si era limitato a protestare con un debole colpo di clacson, mandandolo sottovoce al diavolo. Pensava che fosse finita lì ma si era sbagliato: la porsche si è bloccata bruscamente davanti a lui, al centro della strada, e dopo qualche secondo lo stronzo è uscito e ha camminato, lento e deciso, fino alla sua macchina, nella mano quello che sembra un giravite. Occhiali a specchio, la faccia cattiva, dà un colpo violento al cristallo con la mano libera.
- Si può sapere che cazzo vuoi, eh? Mi dà fastidio quando qualcuno mi suona il clacson nelle orecchie, lo sai eh? Se vuoi arrivare a casa sano stasera, vedi di starmi lontano d’ora in poi, e niente clacson, mi raccomando, altrimenti mi fai incazzare, e se mi fai incazzare…
Alza il giravite, colpisce con forza il vetro frontale e quello si incrina all’istante in una fitta ragnatela di frammenti, mentre il tizio ritorna alla sua porsche, sempre lento e sempre deciso, e parte sgommando in una nuvola di fumo.
Non sa se è la cosa giusta da fare, ma Alessio ha deciso di continuare lo stesso l’escursione in solitaria alla Malga Agusella e ormai da mezz’ora si sta inerpicando lungo il sentiero 249/b. Terra battuta, radici nodose e sassi instabili che scricchiolano a ogni passo, è costretto a tenere la testa leggermente china per via della pendenza, ma ogni tanto alza lo sguardo e lo scenario si allarga. Non riesce a cancellare il ricordo di quel giravite che trafigge il parabrezza, ma è costretto a concentrarsi: gli alberi si stanno via via diradando e si trova a camminare sulla roccia, su un sentiero sempre più stretto e fiancheggiato da uno strapiombo. Supera una curva con cautela e si blocca, incredulo, non capisce, non riesce a credere a quello che sta vedendo.
Qualche metro più avanti, immobile sul bordo del sentiero, c’è il tizio della porsche, occhiali a specchio e faccia cattiva, che contempla il paesaggio sotto di lui visibilmente soddisfatto.
Come può essere? Perché si trova lì? Come ha fatto ad arrivarci? Alessio cerca faticosamente di trovare una spiegazione logica. Ma certo, deve aver preso la seggiovia a Tione per Idrosee e da lì sta scendendo lungo la 249/b. Allo stronzo non piace faticare in salita, lo stronzo preferisce scendere, non vuole sudare, niente zaino pesante per lui, gli basta un giravite da conficcare sul parabrezza di qualche automobilista di passaggio. Succede tutto in pochi secondi: Alessio avanza veloce sulla punta dei piedi per non far rumore, allunga le braccia in avanti, spinge nel vuoto lo stronzo con tutta la sua forza e quello precipita giù senza fare un fiato.
Cerca di controllare i battiti del cuore che picchiano possenti e si guarda intorno, nessuno; ricomincia lentamente a camminare verso la malga, prima sbandando leggermente ad ogni passo, poi sempre più sicuro, continua a salire e supera una curva stretta, il sentiero ora è angusto e sconnesso e quando supera un altro camminatore, quello è costretto ad appiattirsi contro la parete per farlo passare, in silenzio. Arriva alla malga dopo tre ore, mangia dei canederli con burro fuso e uno yogurt con frutti di bosco, scambia qualche chiacchiera con gli altri escursionisti e poi si avvia per il ritorno.
Si sente calmo, in pieno controllo, quello che è successo è ormai passato, nessuno ha visto, nessuno era presente, non c’è motivo di preoccuparsi. Arriva alla base e c’è una piccola calca accanto a un’ambulanza, si avvicina anche lui perché è quello che ognuno farebbe in questa situazione, no? sei curioso e dai un’occhiata a quello che sta accadendo, è un comportamento normale, no?
Solo che non riesce a vedere nulla, non lo fanno passare, e poi l’ambulanza è chiusa e sta per partire. Alessio si guarda intorno, i presenti cominciano ad allontanarsi parlando animatamente fra loro, lui sta per avviarsi alla macchina quando ha la netta sensazione che qualcuno lo stia osservando.
Si finge assorto nel cercare qualcosa in tasca, lo sguardo basso mentre continua a camminare, e intanto con la coda dell’occhio vede due persone ferme davanti a una jeep dei carabinieri forestali. Uno è un carabiniere, l’altro è l’escursionista che lui ha incontrato salendo, sta mostrando l’elmetto che ha in mano al carabiniere. Guardano insieme qualcosa, ma non è l’elmetto, è quello che c’è sopra, una GoPro, una piccolissima videocamera nera.
Stanno scorrendo un video, il loro sguardo si sposta su Alessio poi torna sul GoPro, e ancora su di lui. Confrontano.
Le gambe gli cedono e crolla a terra mentre il carabiniere si avvicina estraendo la pistola.
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Caterina Traina, settembre 2026
Omicidio in ultima fila

Pochi giorni dopo il successo del suo primo caso, Luca l’investigatore aveva deciso di concedersi una serata tranquilla al cinema per staccare un po’.
Quando finito il film, le luci in sala si accesero, un grido fece sobbalzare tutti dalla poltrona e voltandosi si accorsero di un uomo senza vita seduto nell’ultima fila. Qualcuno lo aveva ucciso e si era dileguato.
Quella sera Luca si trovò di fronte a un nuovo caso da risolvere. Con molta calma si fece avanti tra le persone che si trovavano in sala e con disinvoltura disse: “Fermi tutti, ci penserò io”. Avvertita, la scientifica si presentò sul posto e l’indagine iniziò.
L’uomo non presentava alcun segno di ematomi o ferite. Dai risultati di laboratorio e dall’autopsia compresero che si trattava di avvelenamento.
L’uomo si chiamava Dario ed era un orologiaio.
Dario si era seduto nell’ultima fila perché non amava essere disturbato. Quella sera però la sala del cinema era strapiena e vicino a lui si era seduta una donna molto elegante con un profumo inebriante. Tra la donna e Dario iniziò una conversazione. Si parlava di denaro, di restituzione e di un orologio da vendere. Purtroppo, non ci fu nessun accordo e la donna se ne andò via a metà film.
Luca interrogò la maschera del cinema che confermò di aver visto uscire quella donna. “Sì, in effetti” rispose “mi ricordo di lei, aveva un fazzoletto bianco. Ma quando l’elegante signora è uscita, l’uomo era ancora vivo: qualcun altro deve averlo avvelenato”.
Luca trovò vicino al posto di Dario un bicchiere di plastica e, annusando, sentì odore di veleno. Interrogò anche le altre persone presenti in sala, ma due degli interrogati si diedero alla fuga. Fermati più tardi sulla strada per Caserta, vennero portati in centrale.
Si scoprì poi che i due erano complici della donna e mentre lei distraeva Dario loro avevano somministrato il veleno nel bicchiere che gli offrirono nella pausa prima del secondo tempo.
Ecco un altro caso risolto…
Luca si passò di nuovo una mano tra i capelli. Due casi in una settimana. Si meritava davvero un sigaro.
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Rita Dell’Arso, settembre 2026
All’ispettore Macchitelli non la si fa

“Driiin, driiin”, il cellulare del commissario Macchitelli squillava.
Lui, il commissario si stava godendo sulla spiaggia un po’ di sole. Erano gli ultimi giorni di una estate calda e aveva finalmente a sua disposizione qualche ora di libertà per godersi il mare.
Assopito sullo sdraio, sentì quello squillo e in quel momento pensò:
“Accidenti, ho dimenticato di spegnere il telefono. Speriamo non sia la centrale a chiamarmi”.
E invece era proprio la centrale. Sbuffando, rispose.
“Che succede?”
“Ispettore, c’è stato un furto di gioielli in una villa. Dalla dinamica sembra quasi opera di Luciano Solerti, il ricettatore, uscito un mese fa dal carcere ma sotto custodia con l’obbligo di firma”.
“Avete un indirizzo, sapete ora dov’è domiciliato?”
“Sì, Ispettore, è a casa dalla moglie in campagna. Contrada dei Ciliegi n. 47”.
“Va bene, mi preparo. Ci vediamo fra una mezz’ora a casa di Solerti”.
Si fece una doccia in spiaggia, si cambiò. Dalla spiaggia alla contrada non ci voleva molto tempo, conosceva comunque bene la casa di Solerti, un tipo che entrava e usciva di galera sempre per furti e per ricettazione. Solerti riusciva a entrare nelle case dei ricchi proprietari della città e amava i gioielli, rubava solo gioielli, orologi, Rolex. E poi cercava di rivenderli. Spesso veniva scoperto durante il tentativo della nuova vendita da qualcuno che riconosceva il gioiello e per questo più volte arrestato, processato e condannato.
In dieci minuti arrivò alla casa di Solerti. Una casetta in campagna, recintata da un muretto alto 50 centimetri e inferriata, un cancello in ferro battuto. Due poliziotti erano con lui.
Una di quelle casette all’apparenza deliziose, ben tenute, di quelle che nessuno penserebbe mai fosse l’abitazione di un ladro.
Suonò il campanello e alla finestra apparve proprio lui: Solerti.
“Ispettore Macchitelli, siete venuto a trovarmi. Vi manco?” gridò dalla finestra, Solerti. “Vi apro subito. Entrate, entrate”
Nel cortile della casa oltre a un bel prato inglese, l’ispettore notò subito il pozzo posto nell’angolo. La fune del pozzo era posta all’esterno, appariva non tirata.
“Ispettore, io sto diventando onesto, mi sono messo sulla buona strada, non rubo e non rivendo più”, continuò Solerti.
“Davvero, Solerti? Lasci che lo giudichi la società. E lo spero bene per lei”, rispose l’ispettore.
L’ispettore Macchitelli entrò in casa. Nella casa oltre a lui, era presente pure la moglie, donna che in quel momento sembrava molto intenta alle pulizie domestiche.
“Devo farti delle domande, Solerti”, esordì subito Macchitelli.
“Va bene, ispettore. Volete un caffè, qualcosa? Rosina, prepara il caffè all’ispettore, vai a prendere dei biscotti, quelli danesi al burro che sono buonissimi”.
Rosina, rispose prontamente:
“Sedetevi ispettore, e pure voi poliziotti. Vi preparo il caffè e vado a prendere due biscotti nella dispensa. Dieci minuti ed il caffè e i biscotti saranno qua sul tavolo”.
L’ispettore cominciò a fare le classiche domande da interrogatorio. Dove ti trovavi a quell’ora, cosa stavi facendo quando è accaduto il furto, riconosci questi gioielli mostrandogli delle foto che i suoi assistenti avevano reperito dalle vittime e via di seguito.
Solerti continuava a negare.
Passati diversi minuti, Rosina arrivò con il vassoio dove vi erano le tazzine di caffè e i biscotti danesi.
L’ispettore continuò: “Così non li hai tu i gioielli della signora Maestri Vien Dal Mare?”.
“Certo che no, ispettore”, ribatteva Solerti.
Pure Rosina, la moglie intervenne:
“Ispettore non può essere stato mio marito, ha detto la verità. Si sta mettendo sulla buona strada, sta cercando un lavoro. Può guardare, cercare in tutta la casa, vedrà che non troverà nulla”.
L’ispettore diede ordine ai due poliziotti di ispezionare la casa. Effettivamente in casa non trovò nulla.
“Ispettore non abbiamo trovato nulla”, disse uno dei poliziotti.
“Va bene”, disse. “Torniamo alla centrale”.
Ma appena usciti dalla casa e immessi nel cortile Macchitelli notò che qualcosa era cambiato.
“Il pozzo! È stata mossa la corda”, osservò.
Immediatamente l’ispettore capì tutto.
“Mi spiace Solerti, ma a me non menti. Siete in arresto, sia tu che Rosina.”
“Ispettore ma cosa dice? Non abbiamo fatto nulla né io e né mia moglie”.
“Signora Rosina, issi la fune di quel pozzo. Forza!”
Rosina tremava. A quel punto i poliziotti si avvicinarono al pozzo e guardando scoprirono la refurtiva.
“Ispettore, i gioielli, sono qui”.
La donna, diventata rossa comprese che l’ispettore aveva scoperto tutto. Piangendo disse:
“Ispettore, ho nascosto io i gioielli quando sono andata a prendere i biscotti. Volevo aiutare mio marito, un’altra volta in carcere no…io porto avanti tutto da sola qui in casa”.
“Ma ti sei resa complice pure tu con questo gesto, Rosina. Siete in arresto, tutti e due”.
“E anche questo caso è stato chiuso”, disse soddisfatto Macchitelli.
Guardò l’azzurro del cielo, il sole continuava a essere caldo. Una bella nuotata nelle acque azzurre siciliane in quel momento era quello che proprio ci voleva.
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Monica Masdea, settembre 2026
Una serata al bar Splendid

– Un altro bicchiere e poi a casa di corsa!
Era da più di un’ora che stava al bancone e i bicchieri oramai non si contavano più. Succedeva sempre così alla conclusione di un caso. Teneva duro durante le indagini e poi, alla fine, nauseato dalla bestialità degli esseri umani, trascorreva una serata interminabile davanti al bancone del bar Splendid, che era proprio sotto casa sua. Pietro, il barista, oramai lo conosceva e quando vedeva arrivare l’ispettore Orlandi, gli riempiva il bicchiere e lo lasciava in pace, chiuso nei suoi pensieri, lugubri pensieri. Al terzo, quarto bicchiere di vino, però, cominciava a fargli domande e sapeva che a quel punto l’ispettore avrebbe cominciato a parlare.
Pietro era curioso e, lui che trascorreva tante ore dietro quel bancone, anche un po’ invidioso della vita avventurosa di Orlandi. Si appassionava sempre ai racconti dell’ispettore che, anche mezzo ubriaco, sapeva descrivere con un linguaggio lucido e vivido le orribili cose che gli capitava ogni volta di vedere.
– Ispettore – gli diceva tante volte – devi scrivere un libro: se sai scrivere così bene come sai raccontare, diventi famoso. Sicuro diventi famoso.
– Pietro, se scrivessi quello che vedo dovrei rivivere due volte lo stesso orrore e allora altro che ubriacarmi…
A quel punto della serata, però, come ogni volta, cominciò a raccontare l’ultimo suo caso. Riguardava un poveraccio, un pakistano ucciso a martellate e trovato con le dita delle mani mozzate. Era una brava persona, uno qualsiasi che avrebbe meritato di morire nel letto di casa sua o al massimo in un letto d’ospedale. Il signor B. – Orlandi non diceva mai a Pietro i nomi delle vittime, né tantomeno quello dei carnefici – aveva una moglie, F., anche lei una brava persona. Un paio di anni fa era venuta a Bergamo, aveva incontrato B. e dopo pochi giorni avevano deciso di andare a vivere insieme.
– C’è qualche cosa di sbagliato, Pietro, secondo te in questo? Beh, io direi di no, sei d’accordo?
F. lavorava in una sartoria dalla mattina alla sera, faceva la spesa, cucinava per B. che ritornava a casa sempre una mezzora dopo di lei. Non avevano figli, ma erano ancora giovani e l’idea era di mettere prima da parte un po’ di soldi. Sensato.
Due mesi fa, F. è uscita come ogni mattina per andare al lavoro e tornando la sera ha trovato B. morto, pieno di ematomi, due martelli insanguinati vicino al suo corpo e, orribile solo a dirsi, figuriamoci a vederle, le dita delle mani troncate.
Ha subito chiamato la polizia e ha dichiarato di non avere la più pallida idea di chi potesse odiare il sui compagno fino a quel punto; con qualche esitazione, ha detto di non sapere cosa significassero le dita mozzate e i martelli accanto al corpo.
Orlandi, mentre raccontava della deposizione di F., descriveva i suoi capelli biondi sottilissimi che le ricadevano ribelli sulla fronte, le sue guance rigate di lacrime e gli occhi, grandissimi e azzurri, innaturalmente sbarrati: era chiaro che ancora non poteva credere a quello che le stava capitando.
– Sai, Pietro, non avevo la più pallida idea da dove cominciare con le indagini…come sempre del resto”.
Ci volle qualche giorno per escludere come causa dell’omicidio eventuali problemi al lavoro di B. che aveva, tra l’altro, una fedina penale immacolata; dopodiché a Orlandi non restava che concentrarsi sulle uniche stranezze di questo omicidio: le dieci dita mozzate e i due martelli.
– Mi ci sono voluti mesi per arrivare alla tragica soluzione di questo caso, Pietro. Tragica, doppiamente tragica.
Qui la voce di Orlandi diventava flebile. Le parole iniziavano a fluire più lentamente, quasi a voler ritardare il momento in cui avrebbe dovuto ripetere a voce alta perché era stato compiuto un atto così estremo come togliere la vita ad un altro essere umano.
–Avevo scoperto che quei martelli incrociati e le dita mozzate potevano essere collegate ad un gruppo estremista di destra tedesco, ma non trovavo nessun collegamento tra il povero B. e quegli scellerati.
L’ispettore Orlandi guardò l’orologio e faticosamente si alzò dallo sgabello: si era fatto veramente tardi. Con uno sguardo spento guardò ancora Pietro negli occhi:
– Non avrei mai risolto questo caso se F. non mi avesse parlato, in un momento di intimità, della sua famiglia di origine e non mi avesse detto che il padre in gioventù era emigrato in Germania.
Orlandi, successivamente, aveva scoperto che il padre di F., in Germania, si era lasciato irretire da un gruppo neonazista. Tornato in Italia, aveva mantenuto collegamenti con quegli scellerati e, coerentemente con le ideologie di quei bastardi, non aveva accettato che un giovane pakistano mettesse le sue mani sulla figlia. Le mani.
– Capisci, Pietro, un padre che uccide un uomo – il compagno della figlia – la cui unica colpa è quella di essere pakistano. Solo essere pakistano.
– Dormi bene, Pietro, se ci riesci. Alla prossima.
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Cristina, settembre 2026
Occhi di ghiaccio

Il vicequestore Laura Santoro spostò lentamente gli occhi felini in giro per la stanza alla ricerca di dettagli significativi. Quegli occhi osservavano con chirurgica precisione e raramente sbagliavano. Quando si posavano sui sospettati i malcapitati provavano solitamente un brivido alla schiena e una temporanea mancanza d’aria nei polmoni. In questura la chiamavano “occhi di ghiaccio” e i colleghi in sua presenza evitavano battute che potessero attivare quelle armi letali.
La stanza che stava “guatando” era lo studio del professor Mauro Proietti, illustre clinico sessantenne, trovato alla sua scrivania con un piccolo foro di proiettile alla tempia destra. Sembrava un’esecuzione, perché il colpo era partito da distanza ravvicinata. La stanza era chiusa a chiave dall’interno e l’assassino era entrato dalla porta finestra che si apriva sul giardino. Nella stanza tutto era in ordine e sembrava non mancare nulla. Quella che mancava era l’arma del delitto.
Il vicequestore chiamò l’appuntato Carmine Sorrentino che la aggiornò sul caso: nella villa abitavano, oltre al professor Proietti, la vecchia madre Esther, il figlio ventenne Andrea e una coppia di domestici, Anna e Paride Pascoli, lei addetta alla gestione della casa, lui giardiniere e autista. In quest’ultima veste era esclusivamente al servizio della signora Esther, molto devota, che accompagnava ogni giorno nella vicina chiesa per la funzione del mattino. La moglie era nota per l’attaccamento al denaro e non mancava occasione di rimpinguare lo stipendio suo e del marito con sostanziosi prelievi extra sulla spesa. Il professore ne era al corrente, ma non voleva rinunciare ai suoi preziosi servizi. La coppia occupava un appartamentino sul retro della villa, mentre la signora Esther aveva a sua disposizione un’ala anteriore dotata di una piccola cappella dove conservava gelosamente numerose reliquie di santi, raccolte negli anni in tour religiosi e pellegrinaggi. Andrea era un ragazzo difficile – preoccupazione costante per i genitori – e viveva praticamente rinchiuso nella sua camera intontito da droghe e dalla musica ad alto volume. Da quando un anno prima era morta la madre, i rapporti con il padre si erano definitivamente deteriorati.
Nessuno degli abitanti della casa aveva sentito lo sparo, né Argo, il doberman che di notte era lasciato libero di gironzolare nel giardino, aveva abbaiato o dato segni di nervosismo. Da un primo interrogatorio era emerso inoltre che quella mattina l’autista aveva accompagnato come al solito alle 7,00 la signora Esther alla funzione in Cattedrale e che la moglie intorno alle 9.30 – dopo aver bussato ripetutamente alla porta dello studio insolitamente chiusa – passando dall’esterno aveva trovato il cadavere. Né la madre né il figlio avevano voluto vedere il corpo del professore, la prima per non subire uno shock troppo forte, il secondo perché non era interessato alla sorte del padre che detestava.
Il vicequestore aveva ormai le idee chiare. Convocò i quattro e, affilando lo sguardo per colpire al momento giusto, esordì “Signori, con evidenza il delitto è stato commesso da qualcuno che abita in questa casa”. Un moto di sorpresa mista a orrore si levò nella stanza, anche da parte del figlio che aveva mantenuto sempre un atteggiamento di totale distacco.
“Uno di voi ha mentito. Ha creato la messinscena per far credere che fosse entrato qualcuno dall’esterno. Il fatto che il cane non abbia abbaiato è segno evidente che nessun estraneo è responsabile del delitto. Il professore non aveva nemici, né sembra siano stati portati via oggetti di valore”.
“A dire la verità” aggiunse puntando gli occhi sulla domestica “ho notato al suo polso il segno di un orologio, che però non indossava”.
“Mio figlio aveva un rolex che non toglieva mai” esclamò la signora Esther.
A quel punto Anna Pascoli, oggetto dello sguardo killer della Santoro, cominciò a balbettare e, dopo essere scoppiata in un pianto dirotto, bisbigliò che voleva solo un ricordo del caro professore, ma che lei non era l’assassina.
Il vicequestore mosse appena il labbro superiore in segno di soddisfazione e riprese con voce neutra “Infatti né lei né suo marito avevate interesse a eliminare la gallina dalle uova d’oro. Chi invece riceverà i maggiori benefici dalla scomparsa del padre è senza dubbio Andrea”.
Il ragazzo, che stava rannicchiato in fondo a una poltrona, cominciò a roteare gli occhi e a tremare, al che la Santoro si affrettò a dichiarare che neanche lui era colpevole.
“Non vorrà mica dire che sono stata io ad aver ucciso mio figlio!” sbottò indignata la signora Esther.
Il vicequestore la fissò come lei solo sapeva fare e disse “Signora, è ora che dica la verità. Lei è l’unica nella casa ad aver sentito lo sparo. I Pascoli si trovavano dalla parte opposta della villa e Andrea stordito dalla musica non ha sentito nulla. È entrata nello studio e ha trovato suo figlio morto con ancora la pistola fumante in mano. Sono sicura che abbia lasciato una lettera di addio che lei ha fatto sparire. Poi ha costruito la messinscena e portato via con sé l’arma. Dove l’ha nascosta?”.
La vecchia signora, scossa ma non completamente intimidita, sollevò altezzosamente la testa quasi urlando “Quello stupido ha osato suicidarsi. Non lo sapeva che la chiesa lo vieta? Il suicida non può essere sepolto in terra benedetta e non può ricevere le esequie grandiose che spettano di diritto alla mia famiglia. Non me lo doveva fare!” e aggiunse poi con un filo di voce “La pistola è nell’acquasantiera della Cattedrale”.
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Fabrizio Del Monte, settembre 2026
La sindrome del portinaio

-Buongiorno dottor Carlucci? Sta facendo pulizie in casa?
-No, mi sto trasferendo in un’altra casa. Certo qui stavo bene ma mi è arrivato una specie di avviso di sfratto e me ne devo andare. Ancora qualche volta e poi non mi vedrete più.
-E sua moglie?
-Lei sta bene, è ancora giovane.
C’è un po’ di ironia nelle sue frasi, ma non ci faccio caso, perché lui è sempre stato così.
La signora Carlucci invece non la incontro mai. È una donna minuta, a modo, vestita un po’ dimessa per la sua giovane età; esce metodicamente la mattina alle 7:00 e torna alle 7:00 di sera. E questo, tutti i giorni dal lunedì al sabato. Io apro bottega alle otto e chiudo alle 17. Sono il portiere dello stabile: L’Occhio vigile nel condominio.
Poi da sabato scorso, il signor Carlucci non l’ho più visto. Forse è già andato via, senza salutare. Strano no! Tutte le mattine quando la moglie esce, passa davanti al gabbiotto e va al bar dietro l’angolo, si fa un caffè e 4 passi; poi torna a casa per pranzo. A volte ci facciamo due chiacchiere. Buongiorno e buonasera!
La signora Carlucci invece non la incontro mai perché esce prima che io apro la guardiola e torna quando sono già a casa, che sta dietro la portineria.
Sono passati altri giorni e il Carlucci non l’ho più visto. Di lei continuo a sentire la presenza quindi forse lui ha traslocato, ma lei no.
Dopo un’altra settimana la mia curiosità (genetica da portiere) cresce perché non capisco l’incongruenza. Una coppia così unita, mai contrasti, qualche divergenza da coppia. Perché il signor Carlucci se ne è andato? Quasi quasi domani aspetto la signora e glielo chiedo? Che fine ha fatto suo marito?
Altri sette giorni e non ho il coraggio di chiedere niente. La pigrizia non mi fa mai alzare prima delle 8:00 e non mi fa chiudere dopo le 17:00 per cui la signora non la incontro mai. Ma domani, deciso, mi sveglio presto.
– Buongiorno signora, come va ?
-Bene bene, Luigi tutto a posto, e qui in portineria, ci sono problemi?
La verità è che non so proprio cosa chiedergli del marito. Lo ha chiamato “Luigi”, non era mai successo. Vabbè, lascio stare! Non sono affari miei! Non ho più chiesto niente e l’ho osservata allontanarsi mestamente con la sua sporta della spesa, andare via e sparire dietro il portone.
Ormai sono passate tre settimane e mezzo. Nessuna traccia del signor Carlucci. Alle 7 di sera lei ritorna a casa e io la fermo proprio sull’uscio del suo appartamento con la scusa di un pacco arrivato. E questa volta gli chiedo:
– E Luigi?
Aveva la stessa sporta con cui era uscita la mattina solo un po’ più vuota. Mi risponde tranquillamente:
– È partito per una vacanza con due vecchi amici e torna tra qualche giorno.
È passato altro tempo e il signor Carlucci non c’è più. Un po’ mi manca. Sono sveglio perché ultimamente soffro d’insonnia. Colpa del signor Luigi! Nel mentre passa la signora Carlucci. Giusto, Sono le sette! La seguo con lo sguardo e poi anche fuori al portone. Per istinto! La vedo aprire il cassonetto e buttare qualcosa che prende dalla sacca. E la vedo allontanarsi.
Mi avvicino al cassonetto e lo apro. Osservo con attenzione. C’è un sacco di monnezza ma mi casca l’occhio su una busta trasparente con una scarpa sola, un mocassino. Vicino dei calzini. Boh! Richiudo e torno dentro!
Il giorno dopo decido di svegliarmi presto per aspettare la signora. E poi la seguo di nuovo di fuori. E la vedo gettare qualcosa. Aspetto che si allontani. E di nuovo sbircio nel cassonetto. Stavolta c’è un pacchetto scuro un po’ fluido, poi ci sono dei pantaloni scuri macchiati e un pigiama. La mattina dopo insisto, la seguo e ricontrollo! Lei butta due piccole scatole. Qui il problema si fa più serio. Dentro una ci sono 6 cravatte e in una avvolto un dito scuro rinsecchito, sembra un mignolo. Nella seconda scatola ci sono una camicia sporca di rosso e dentro avvoltolato, un pezzo di qualcosa che assomiglia a un fegato di qualche animale. Comincio a preoccuparmi! Il mio istinto primordiale sarebbe di venire da voi, in commissariato, ma voi mi avreste dato retta? Allora ho deciso di continuare a rovistare ogni mattina dopo che la signora Carlucci si allontanava per andare al lavoro. Ha vinto la mia sindrome di indagatore condominiale. Da allora ho trovato, nei giorni che vanno dal 1° ottobre al 7° dicembre: un tallone scarnificato, un braccio sinistro senza mano, un naso, un orecchio, 22 denti tra canini e incisivi, una criniera di capelli grigio perla, un set da uomo da bagno compreso rasoio ma niente lamette, 2 mani destre (sono dislessico!), un completo da cerimonia nero pronto all’uso, 7 camicie bianche, 22 paia di slip lindi, e poi peli, tanti peli, infine un passaporto.
Il mio! È solo allora che mi sono preoccupato!
Immagine di ChatGPT
Rosaria Russo, ottobre 2026
Il delitto della biblioteca

Tre mandate a sinistra. Basterebbero tre maledette mandate a sinistra per togliermi da questo muro di acqua e vento, se solo l’ombrello smettesse di strattonarmi il braccio.
La chiave della biblioteca mi scivola dalle dita bagnate.
«Acciderbola…»
Mi piego e a tentoni per riprenderla. Una raffica di vento mi solleva la giacca, infilando un brivido dietro la schiena. La recupero e riesco finalmente ad aprire.
Appena entro, chiudo la porta e respiro. L’odore di carta e legno ha l’effetto immediato di calmarmi. Poso l’ombrello nel portaombrelli e mi avvicino al bancone.
Mi fermo. C’è un libro.
Strano. Ero convinta di aver lasciato il bancone vuoto ieri sera… prendo il volume. Non lo riconosco.
Cerco il titolo nel catalogo digitale: nulla. Provo con l’autore o l’ISBN: inesistente. Lo giro. Sul retro c’è il timbro della nostra biblioteca.
Apro la prima pagina. In basso c’è una nota recente: «A chi prenderà il mio posto al bancone. Io non sono riuscita a fermarlo vent’anni fa. Finisci quello che ho iniziato.»
È un romanzo giallo. Un delitto ambientato proprio qui.
Sfoglio le prime pagine, incuriosita.
Il testo descrive la solita routine mattutina della biblioteca: una madre che entra con il figlio per restituire un libro, un uomo con una giacca scura che si aggira tra gli scaffali, una bibliotecaria che parla con la sua collaboratrice.
La porta principale si apre.
«Buongiorno!»
È Marta, la mia giovane aiutante. Appoggia la borsa sotto il bancone. Sorrido. Una coincidenza.
Alle nove entra una donna con un bambino.
«Dobbiamo restituire questo.»
Guardo il libro che la donna tiene in mano. Il sorriso mi muore sulle labbra. Riapro il volume e leggo con attenzione chirurgica.
Poco dopo un uomo con una giacca scura entrò dalla porta principale.
La porta si apre. L’uomo entra. Si dirige verso la narrativa straniera.
Continuo a leggere. Arrivo freneticamente al capitolo del delitto.
Nel capitolo si legge che alle nove e quaranta l’aiutante della bibliotecaria sarebbe stata trovata morta accanto allo scaffale della narrativa straniera.
Guardo l’orologio. Nove e trenta.
«Marta,» chiamo.
Lei alza lo sguardo.
«Non è divertente.»
«Cosa?» chiede, confusa.
Nessuna magia. Nessuna profezia. Chi ha scritto questo testo ha semplicemente annotato per anni la routine immutabile della biblioteca: gli orari dei clienti abituali, i turni, le abitudini che si ripetono ogni giorno alla stessa ora.
Il telefono squilla. Marta risponde e si allontana verso gli uffici.
Continuo a leggere: Un rumore provenne dalla porta sul retro.
Lo sento davvero. Corro verso la porta di servizio, è socchiusa. Sul pavimento ci sono impronte bagnate che seguono il passaggio verso gli uffici. Una delle impronte ha un piccolo taglio a forma di mezzaluna sul bordo del tallone sinistro.
Alzo gli occhi. Il vecchio magazziniere è appena entrato dalla porta del deposito.
«Dov’è Marta?» chiede, indicando la sala.
«Al telefono,» rispondo secca.
Gli guardo i piedi: la sua scarpa sinistra ha lo stesso identico segno a mezzaluna sul tacco.
«La porta sul retro era aperta.»
«Sarà stato il vento,» minimizza lui.
«È chiusa a chiave.»
Lui mi guarda, poi sorride con un’ombra cupa negli occhi.
«Allora sarà stato qualcuno con la chiave.»
Ho un brivido. La chiave della porta sul retro ce l’ha soltanto lui.
Sfoglio freneticamente il libro. C’è un passaggio che prima avevo saltato: La vecchia bibliotecaria sospettava di un uomo che lasciava impronte con un segno a mezzaluna.
Mi manca il fiato.
Il libro è il diario d’inchiesta della bibliotecaria precedente, rilegato come un romanzo per non destare sospetti. Racconta un delitto impunito di vent’anni fa: una ragazza del personale che aveva rifiutato l’amore del magazziniere. Un uomo che, dopo averla uccisa, era rimasto a lavorare qui nell’ombra.
Vedo il magazziniere fissare Marta che sta rientrando nel corridoio. La guarda con occhi sbarrati, persi nel passato.
«Elena…» sussurra.
Marta indietreggia.
«Io non sono Elena.»
Lui fa un passo avanti, la mente perduta nel delirio di ripetere la stessa storia.
«Sei tornata. Questa volta non mi lascerai.»
Lui solleva un pesante fermalibri di bronzo dallo scaffale.
Mi lancio. Mi avvento sul suo braccio.
Il fermalibri cade a terra con un tonfo metallico.
Marta corre al bancone, afferra il ricevitore. Chiama la polizia.
Il vecchio si accascia a terra, sconfitto, mormorando il nome di un fantasma.
Sento le sirene in lontananza. Torno al bancone e alzo gli occhi verso la grande vetrata su strada.
Dall’altro lato del vetro, protetta sotto un impermeabile scuro, un’anziana signora mi sta guardando. Impugna una copia della vecchia chiave di servizio della biblioteca. Mi accenna un piccolo sorriso stanco, fa un cenno con il capo e poi si volta, scomparendo piano tra la pioggia.
Guardo il libro aperto sul legno. Vent’anni dopo, finalmente, qualcuno ha letto quella storia fino in fondo. E questa volta, il delitto della bibliotecaria non ha avuto lo stesso finale.
Immagine di ChatGPT








