UN GIALLO IN 800 PAROLE
«Quando hai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.»
(Arthur Conan Doyle – Il segno dei quattro – Sherlock Holmes)

Immagine di chatGPT
Giuseppe Pugliese, settembre 2026
Il peana dei defunti

L’ispettore Moretti non ci stava cavando un ragno dal buco.
Aveva due cadaveri mezzo spiaccicati sul selciato del cortile di quel condominio, non brutto, di periferia.
Rosa Archetti e suo marito Osvaldo Terracciani per la precisione.
I soliti due che a detta dei vicini erano bravissime persone, che salutavano sempre, gentili ed educati e che non litigavano mai.
Sarà… ma ne aveva sentite troppe di storie così per crederci. O la gente non voleva immischiarsi o non attribuiva correttamente urla e problemi altrui.
E poi si sa, c’è il peana dei defunti.
Immediatamente dopo la morte siamo tutti buoni, sia chi ne parla sia chi riceve, e non è così manco lontanamente, però in questo modo gira il mondo ed ecco già arrivare i primi cronisti pronti a raccogliere le dichiarazioni indistinte dai vicini, del barista, del tabaccaio e del prete del quartiere.
Tutte frasi fatte, vane e superflue per le sue indagini. Buone solo per la morbosa (e labile) attenzione del telespettatore. Ognuno vuole quei trenta secondi di riconoscibilità in tv.
Di certo non era stata una rapina. In casa, almeno apparentemente, non mancava niente. E poi sì, erano benestanti ma niente di più.
Omicidio/suicidio o suicidio e tentativo fallito di salvataggio? O forse due suicidi e basta?
Era piombata giù prima la donna, questo era sicuro e poi lui, quasi contemporaneamente, a sentire il medico legale.
Ma perché?
* * *
Rosa quel giorno aveva scoperto l’ennesimo tradimento del marito.
Non era la prima volta, ma lei lo amava e, seppure a modo suo, Osvaldo sembrava pure sinceramente ricambiarla. Ne avevano già discusso in passato e lei a fatica aveva digerito scuse e promesse sapendo già che ci sarebbe ricascato. Era un bell’uomo, affascinante, sempre in giro per lavoro e pure da fidanzati aveva dovuto lottare con le unghie e con i denti per tenerselo. Non poteva dire di non sapere che rischio stesse correndo nel volerselo sposare a tutti i costi. Era solo per questo dato di fatto, per questa sua intima certezza, che ogni volta lo perdonava, anche perché erano tutte storie di breve durata ma questa no, non poteva digerirla.
Con Carmen! Una delle sue migliori amiche! Stavolta non avrebbe chiuso gli occhi, non avrebbe accettato consolazioni magari offerte anche da chi nella sua ristretta cerchia di amicizie era già al corrente di quella indecente relazione e ne sorrideva indulgente: questa volta avrebbe cercato vendetta.
Era uscita sul balcone per prendere un po’ d’aria e provare a smaltire, almeno in parte, quella cocente delusione, prima di razionalizzare l’accaduto e predisporsi a una inevitabile reazione.
E poi si era persa. Nel volo di un gabbiano, uno dei tanti che venivano a rovistare tra la spazzatura di quei condomini affollati, addossati e affossati l’uno vicino all’altro.
Un uccello così bello, quasi maestoso e regale, ridotto a procurarsi il cibo in questo modo sconcio e innaturale.
Così, trasognata, si era addirittura messa in piedi sulla ringhiera decisa a raggiungerlo e a spiccare il volo pur essa, perché in definitiva anche lei si era ridotta, lasciando passare ogni cosa come nulla fosse, a raccogliere le briciole di un amore ormai svanito e i resti di affetti falsi e disattenti che solo la sua immaginazione o la sua voglia di non precipitare nella solitudine, aveva potuto ritenere tali.
Lui, coi suoi sensi di colpa, era appena rincasato prima dal lavoro. Chissà, forse un presentimento, un tardivo pentimento, lo avevano indotto ad anticipare il suo ritorno a casa.
L’aveva vista così in pericolo e si era precipitato ad afferrarla, ma forse proprio quel rumore improvviso di passi, quelle sue urla disperate avevano risvegliato Rosa dal sogno e col suo tuffo per afferrarla Osvaldo non aveva fatto altro che far precipitare le cose e loro pure.
Uniti, insieme sino alla fine, legati da uno di quei segreti che poi tanto segreti non sono e albergano in tante famiglie.
* * *
E infatti a questo avevano alfine portato le indagini della polizia.
Una triste, enorme, banalità.
“Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.
Dietro questa celebre frase di Tolstoj si celò a malapena il malumore dell’ispettore Moretti.
Nessun crimine, nessun giallo da risolvere.
E forse era peggio così.
L’ennesima quotidianità troncata, l’ennesimo fattarello da giornale scandalistico.
C’era poca, nessuna, dignità da difendere in tutto ciò, e a lui pareva sempre cosa grave assai.
Immagine di ChatGPT
Luca Vitali, settembre 2026
Alessio avanza veloce

Alessio arriva al parcheggio alla base del sentiero e sente che il cuore è ancora scosso dall’emozione, quel battito accelerato non accenna a placarsi. Sistema la jeep all’ombra di un faggio, ben sapendo che al ritorno la troverà arroventata sotto un sole spietato, si sistema lo zaino in spalla con le mani che ancora gli tremano e poi si avvia per il sentiero 249/b che porta in quattro ore al bivacco della Malga Agusella.
Quello stronzo con la porsche cayenne era spuntato all’improvviso dalla provinciale della Val Daone e gli aveva tagliato la strada senza rispettare la precedenza, poi aveva dato una sferzata all’acceleratore per sbattergli in faccia tutta la potenza del suo motore. Lui aveva inchiodato la macchina e si era limitato a protestare con un debole colpo di clacson, mandandolo sottovoce al diavolo. Pensava che fosse finita lì ma si era sbagliato: la porsche si è bloccata bruscamente davanti a lui, al centro della strada, e dopo qualche secondo lo stronzo è uscito e ha camminato, lento e deciso, fino alla sua macchina, nella mano quello che sembra un giravite. Occhiali a specchio, la faccia cattiva, dà un colpo violento al cristallo con la mano libera.
- Si può sapere che cazzo vuoi, eh? Mi dà fastidio quando qualcuno mi suona il clacson nelle orecchie, lo sai eh? Se vuoi arrivare a casa sano stasera, vedi di starmi lontano d’ora in poi, e niente clacson, mi raccomando, altrimenti mi fai incazzare, e se mi fai incazzare…
Alza il giravite, colpisce con forza il vetro frontale e quello si incrina all’istante in una fitta ragnatela di frammenti, mentre il tizio ritorna alla sua porsche, sempre lento e sempre deciso, e parte sgommando in una nuvola di fumo.
Non sa se è la cosa giusta da fare, ma Alessio ha deciso di continuare lo stesso l’escursione in solitaria alla Malga Agusella e ormai da mezz’ora si sta inerpicando lungo il sentiero 249/b. Terra battuta, radici nodose e sassi instabili che scricchiolano a ogni passo, è costretto a tenere la testa leggermente china per via della pendenza, ma ogni tanto alza lo sguardo e lo scenario si allarga. Non riesce a cancellare il ricordo di quel giravite che trafigge il parabrezza, ma è costretto a concentrarsi: gli alberi si stanno via via diradando e si trova a camminare sulla roccia, su un sentiero sempre più stretto e fiancheggiato da uno strapiombo. Supera una curva con cautela e si blocca, incredulo, non capisce, non riesce a credere a quello che sta vedendo.
Qualche metro più avanti, immobile sul bordo del sentiero, c’è il tizio della porsche, occhiali a specchio e faccia cattiva, che contempla il paesaggio sotto di lui visibilmente soddisfatto.
Come può essere? Perché si trova lì? Come ha fatto ad arrivarci? Alessio cerca faticosamente di trovare una spiegazione logica. Ma certo, deve aver preso la seggiovia a Tione per Idrosee e da lì sta scendendo lungo la 249/b. Allo stronzo non piace faticare in salita, lo stronzo preferisce scendere, non vuole sudare, niente zaino pesante per lui, gli basta un giravite da conficcare sul parabrezza di qualche automobilista di passaggio. Succede tutto in pochi secondi: Alessio avanza veloce sulla punta dei piedi per non far rumore, allunga le braccia in avanti, spinge nel vuoto lo stronzo con tutta la sua forza e quello precipita giù senza fare un fiato.
Cerca di controllare i battiti del cuore che picchiano possenti e si guarda intorno, nessuno; ricomincia lentamente a camminare verso la malga, prima sbandando leggermente ad ogni passo, poi sempre più sicuro, continua a salire e supera una curva stretta, il sentiero ora è angusto e sconnesso e quando supera un altro camminatore, quello è costretto ad appiattirsi contro la parete per farlo passare, in silenzio. Arriva alla malga dopo tre ore, mangia dei canederli con burro fuso e uno yogurt con frutti di bosco, scambia qualche chiacchiera con gli altri escursionisti e poi si avvia per il ritorno.
Si sente calmo, in pieno controllo, quello che è successo è ormai passato, nessuno ha visto, nessuno era presente, non c’è motivo di preoccuparsi. Arriva alla base e c’è una piccola calca accanto a un’ambulanza, si avvicina anche lui perché è quello che ognuno farebbe in questa situazione, no? sei curioso e dai un’occhiata a quello che sta accadendo, è un comportamento normale, no?
Solo che non riesce a vedere nulla, non lo fanno passare, e poi l’ambulanza è chiusa e sta per partire. Alessio si guarda intorno, i presenti cominciano ad allontanarsi parlando animatamente fra loro, lui sta per avviarsi alla macchina quando ha la netta sensazione che qualcuno lo stia osservando.
Si finge assorto nel cercare qualcosa in tasca, lo sguardo basso mentre continua a camminare, e intanto con la coda dell’occhio vede due persone ferme davanti a una jeep dei carabinieri forestali. Uno è un carabiniere, l’altro è l’escursionista che lui ha incontrato salendo, sta mostrando l’elmetto che ha in mano al carabiniere. Guardano insieme qualcosa, ma non è l’elmetto, è quello che c’è sopra, una GoPro, una piccolissima videocamera nera.
Stanno scorrendo un video, il loro sguardo si sposta su Alessio poi torna sul GoPro, e ancora su di lui. Confrontano.
Le gambe gli cedono e crolla a terra mentre il carabiniere si avvicina estraendo la pistola.
Immagine di ChatGPT
Caterina Traina, settembre 2026
Omicidio in ultima fila

Pochi giorni dopo il successo del suo primo caso, Luca l’investigatore aveva deciso di concedersi una serata tranquilla al cinema per staccare un po’.
Quando finito il film, le luci in sala si accesero, un grido fece sobbalzare tutti dalla poltrona e voltandosi si accorsero di un uomo senza vita seduto nell’ultima fila. Qualcuno lo aveva ucciso e si era dileguato.
Quella sera Luca si trovò di fronte a un nuovo caso da risolvere. Con molta calma si fece avanti tra le persone che si trovavano in sala e con disinvoltura disse: “Fermi tutti, ci penserò io”. Avvertita, la scientifica si presentò sul posto e l’indagine iniziò.
L’uomo non presentava alcun segno di ematomi o ferite. Dai risultati di laboratorio e dall’autopsia compresero che si trattava di avvelenamento.
L’uomo si chiamava Dario ed era un orologiaio.
Dario si era seduto nell’ultima fila perché non amava essere disturbato. Quella sera però la sala del cinema era strapiena e vicino a lui si era seduta una donna molto elegante con un profumo inebriante. Tra la donna e Dario iniziò una conversazione. Si parlava di denaro, di restituzione e di un orologio da vendere. Purtroppo, non ci fu nessun accordo e la donna se ne andò via a metà film.
Luca interrogò la maschera del cinema che confermò di aver visto uscire quella donna. “Sì, in effetti” rispose “mi ricordo di lei, aveva un fazzoletto bianco. Ma quando l’elegante signora è uscita, l’uomo era ancora vivo: qualcun altro deve averlo avvelenato”.
Luca trovò vicino al posto di Dario un bicchiere di plastica e, annusando, sentì odore di veleno. Interrogò anche le altre persone presenti in sala, ma due degli interrogati si diedero alla fuga. Fermati più tardi sulla strada per Caserta, vennero portati in centrale.
Si scoprì poi che i due erano complici della donna e mentre lei distraeva Dario loro avevano somministrato il veleno nel bicchiere che gli offrirono nella pausa prima del secondo tempo.
Ecco un altro caso risolto…
Luca si passò di nuovo una mano tra i capelli. Due casi in una settimana. Si meritava davvero un sigaro.
Immagine di ChatGPT



