Un’immagine, un racconto

“Un libro inizia con un’immagine. Vedo un’immagine con gli
occhi della mente e poi cerco di raccontare ciò che vedo”

(Orhan Pamuk – Istanbul: ricordi di una città)

Immagine di Damiano Stizza

Caterina Traina, luglio 2026

I pescatori

Estate torrida, non si respirava da giorni. La gente, scappata dalla grande città, si affollava in montagna o al mare. Trovare refrigerio era la parola d’ordine. Marina abitava in una casa sulla spiaggia e, quella mattina, scese in riva per un bagno rinfrescante. Si bagnò prima i piedi, testando la temperatura dell’acqua, poi piano iniziò a immergersi. Si sentiva felice di nuotare e fare anche dei tuffi, quando all’improvviso le presero dei crampi ai piedi e rischiò di affogare. Annaspava, non riusciva a stare a galla ed ebbe paura. Dei pescatori notarono la ragazza in difficoltà e, con la barca, cercarono di salvarla. Il pericolo era passato e Marina si ritrovò in salvo sull’imbarcazione. I pescatori la portarono a riva e poi tornarono in mare.

La sera arrivò: il sole tramontava e le onde increspavano dolcemente la riva. La luna, appena spuntata, si specchiava risplendendo con la sua lucentezza. Due delfini saltavano e danzavano, formando cerchi nell’acqua e cantando la loro melodia d’amore.

Tutto era calma e silenzio. Sulla barca, i pescatori stavano recuperando le reti, quando un branco di squali si avvicinò. I delfini si misero davanti all’imbarcazione, proteggendo gli uomini che, grati, ringraziarono i loro coraggiosi amici.
La sera riprese placida e, una volta a casa, i pescatori raccontarono della loro disavventura.

‘Immagine di ChatGPT

Rita Dell’Arso, luglio 2026

L’ora di confine

Dora era arrivata su quella spiaggia all’alba, in un’ora deserta. Aveva scelto appositamente quell’ora di confine in cui si lascia la notte per affrontare il giorno. 
Viveva un periodo precario dove tutto le sembrava in bilico, instabile.
Per questo da poco aveva iniziato a fare meditazione, per provare ad uscire da questo stato di vita sospeso, di vita in bianco e nero, di confine.
Alba e sera, due momenti del giorno di confine: l’alba è la promessa, la sera è il bilancio. Aveva più bisogno di promessa o di fare un bilancio della sua vita?
Arrivò sul bagnasciuga e si mise sulla riva a guardare il mare, poi prese il telo e lo posò sulle spalle per proteggersi dal freddo mattutino.
E il mare le parlò. Il bianco e nero si infranse, il sole levandosi diede colore alla giornata e alla sua vita.

‘Immagine di ChatGPT

Giuseppe Pugliese, luglio 2026

Al mare

Finalmente c’era arrivata. Al mare. Un po’ fuori stagione, ma forse era meglio così.
L’aria di inizio settembre era rinfrescante e corroborante allo stesso tempo e l’acqua era ancora calda.
Vi si era avvicinata in punta di piedi, timorosa di percepirla ormai fredda e invece un calore tiepido l’aveva subito avvolta e si era propagato lungo il corpo. Era il momento di abbandonarlo quel pareo ed immergersi senza esitare. 
Nuotava malino, ma c’era pochissima gente in spiaggia e nessuno avrebbe fatto caso a lei. Così vinse la timidezza, superò le sue ultime ritrosie e splash…
Dopo il tuffo riemerse felice, come si fosse scrollata un peso di dosso.
Questo ultimo anno era stato davvero duro, pesante, con un cambio di mansioni che l’aveva sfiancata. Aveva sì evitato il licenziamento grazie a questo suo rimettersi in gioco, ma passare dal lato amministrativo a quello operaio le era costato non poco.
No, non giudicate male, non in termini di dignità, ma di qualità del lavoro; ore passate ad  apprendere una manualità che non pensava di avere, ma a furia di perseverare li aveva convinti ed ora non era più sotto esame.
Non poteva permettersi di perderlo quel posto e soprattutto non poteva trasferirsi in alcun modo lontano da sua madre, malata da tempo e bisognosa, oltre che di cure, di affettuosa compagnia che col padre spesso assente per lavoro poteva garantirle solo lei, figlia unica ed amatissima.
Le avevano dato tanto, quasi tutto, ed ora era tempo di ricambiare.
Non si era sposata solo perché non aveva trovato quello giusto. Alcune storielle e poi un paio di tentativi anche seri andati però entrambi a male per ragioni diverse. Niente di sconvolgente, ma era stato triste e lei credeva fermamente in un unico proverbio: non c’è due senza tre.
Così aveva desistito dalla ricerca. Di tanto in tanto accettava ancora qualche invito, ma via via sempre con più distacco. Una bella serata, una bella cena in un qualche bel locale, quattro chiacchiere tra il serio e il faceto, ma altro non concedeva. E difficilmente si ripetevano.
Non era più giovanissima, ma per fortuna nel mondo attuale le cose sono cambiate, ed era ben lungi dal poter essere considerata una zitella. Inoltre si curava, era carina e perfettamente in grado di dire ancora il fatto suo. Ma se manca la voglia questi finiscono solo coll’essere pensieri inutili.
Aveva sguazzato ancora un po’ nell’acqua e poi era andata a rifugiarsi sotto un provvidenziale ombrellone che aveva trovato abbandonato sulla sabbia. E che non si era rivelato perfetto, ma utilizzabile nonostante qualche difetto di curvatura nelle stecche.

* * *

Si era addormentata e poi bruscamente risvegliata trovandosi accanto un uomo.
“Ciao sono Marco. Scusami se ti ho spaventata ma oggi fa un caldo tremendo e l’unico posto all’ombra dei dintorni sembra essere questo”.
“E’ tuo questo ombrellone? Perché io l’ho trovato in terra un po’ più in là” gli chiese.
“No no figurati e comunque se così fosse stato ne sarei felice perché utilizzato da una bella ragazza come te. Cosa avrei potuto desiderare di meglio?” le rispose spiritosamente.
Lei rise di getto e si presentò “Sono Vania, piacere di conoscerti”.
“Che nome insolito per queste zone. Non sei di qui?” fece lui e cominciarono una fitta conversazione.

* * *

Ora che ci ripensa capisce quanto sia facile sbagliarsi e quanto le proprie convinzioni possano essere riviste se solo ci si applica veramente a rimettersi in discussione.
Con Marco ormai viene spesso qui ed è una amicizia che, lo sente, sta trasformandosi in amore. Ed è così pure per lui, almeno crede. Anzi no, ne è proprio certa.
Si stanno frequentando sempre più assiduamente e ieri sera c’è scappato il primo bacio. Incredibilmente timido, ma denso di significati.
Quell’ombrellone, proprio quello, lo hanno aggiustato insieme così come sembra stiano facendo con le loro vite, intrecciandole a poco a poco, senza fretta.
Anche lui ha qualche delusione alle spalle, proveranno insieme a dimenticarle. 
Si dirige verso la battigia e ora a fine ottobre non si può negare che al contatto dell’acqua qualche brivido corra lungo la schiena. Almeno inizialmente perché poi si sveste del solito pareo e si tuffa. Poche bracciate via via più convinte sono sufficienti a riscaldarla.
Poi tanto sa che tra un po’ arriverà Marco a porgerle l’asciugamano affinché non si raffreddi e godranno insieme dell’ultimo tiepido sole disponibile.
Le giornate si accorciano e la loro unione si allunga e stabilizza piano piano.
Certo solo il tempo svelerà il loro vero andamento come coppia, ma per ora lei è felice come non lo è mai stata prima.
Ed eccolo di nuovo, che le fa ciao.
Ha addirittura portato dei panini e sventola il suo bottino per evidenziare l’impresa.
E una fame inattesa le scoppia dentro.
Raggiunge la riva che piange e ride contemporaneamente.
Marco la osserva interdetto. Le va incontro e, come da copione, le avvolge l’asciugamano attorno al corpo, ma stavolta poi l’abbraccia forte.
Lei gli dice “Niente, non è niente, non farci caso”.
Lui la guarda di sottocchi, poi fanno naso e naso ed è questo il gesto definitivo, quello che suggella la loro unione ancor più e meglio dei baci appassionati che verranno.   

‘Immagine di ChatGPT

Rosaria Russo, luglio 2026

Il profondo dell’Abisso (a pelo d’acqua)

Ho uno strano rapporto con l’acqua, che sia il mare o un lago. Lo immagino pieno… troppo pieno… di acqua, pesci, animali che non conosco, fondali sconosciuti e pericolosi. Spesso ho immaginato mondi incantati. Paurosi. Non riesco a essere tranquilla davanti a una immensità vasta di acqua.
E quindi il mio analista, tempo fa, mi ha invitata ad affrontare nel profondo questa mia inquietudine. Lui forse intendeva col suo aiuto, ma io l’ho interpretata in un altro modo: venire qui ogni mattina, da che sono in vacanza, fissare il mare, il suo orizzonte e sfidarlo.
Quindi, eccomi qui. Ore sei e quindici.
 La spiaggia è deserta, tranne che per un gabbiano maleducato che mi fissa, ed ha uno sguardo inquietante. Eh sì, guarda proprio me, che sono qui con tutta la mia attrezzatura per sopravvivere a questa sfida.
Il dottor Martini l’ha fatta facile nel suo studio al terzo piano con l’aria condizionata, ma lui non sa cosa significhi guardare in faccia l’abisso. Per questo non ho lasciato nulla al caso.
 La mia armatura da spiaggia comprende: scarpe da scoglio in neoprene (perché il pensiero che una tracina possa anche solo sfiorarmi l’alluce mi provoca il collasso) e una cuffia da nuotatore in silicone talmente stretta da avermi praticamente riposizionato i lineamenti del viso. Sopra la cuffia, ho piazzato gli occhialini professionali, stringenti sul naso. Vanno fissati sopra, tassativamente, mica sotto. Non sia mai che l’elastico ceda, gli occhialini sfuggano e io rimanga accecata nel bel mezzo del duello, alla mercé di una piovra o, peggio, del gabbiano.
Completano il kit un singolo bracciolo arancione fluo sul braccio destro, tengo la sinistra libera per le manovre d’emergenza e il mio scudo.
Il mio scudo è un telo mare fucsia con un’anguria gigante. Lo tengo teso davanti a me, come se potesse fermare il mare. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è ridicolo. Lo lascio cadere sulla sabbia e faccio il primo passo. Il mare oggi è piatto, immobile. Una chiara provocazione.
Prima di fare l’estremo sacrificio ed entrare in acqua, però, decido che è il caso di mandare un messaggio WhatsApp al dottor Martini. Meglio avvisare, non sia mai che sparissi per sempre nel mare; e poi ci tengo a rassicurarlo sul fatto che ho preso in pieno il suo suggerimento.
Digito furiosamente con la mano sinistra: «Caro Dottore, sono qui. Il mare stamattina è calmissimo, sembra quasi un invito a provare. Poco importa se nuoto come una papera, lei mi ha detto che sicuramente galleggerò. “Galleggiare nel vortice delle emozioni per non soccombere”, ricorda? Ecco, di vortici per ora non ne vedo, c’è solo un gabbiano che mi giudica, ma io sono esattamente nel posto che mi aveva indicato per rilassarmi: Spiaggetta Lunga. Vado.»
Click. Inviato. Con la coscienza a posto e il testamento digitale consegnato alle spunte blu, mi appropinquo a entrare.
Faccio il primo passo. Poi il secondo.
L’acqua fredda mi accarezza le caviglie. È a quel punto che la fisica decide di ricordarmi che non è un’opinione. Un microscopico, ridicolo strato di risacca, un’ondina alta sì e no tre centimetri, mi investe i piedi.
Presa dal panico, faccio un balzo indietro. Le scarpette slittano sulla sabbia bagnata. Il bracciolo decide che è il momento di prendere il comando e mi tira da una parte. Per qualche glorioso secondo credo di poter recuperare l’equilibrio. Poi la fisica si ricorda di esistere. Perdo aderenza e cado in acqua all’indietro con un tonfo epico.
L’acqua mi sommerge. In preda al panico più totale, comincio ad annaspare furiosamente, agitando braccia e gambe. Lancio un urlo stridulo, primordiale, che squarcia il silenzio dell’alba e fa volare via terrorizzato persino il gabbiano. Solo dopo diversi secondi riapro gli occhi. Sono sdraiata sul bagnasciuga. L’acqua mi arriva a malapena alle orecchie. Il karma mi è decisamente contro.
Mentre cerco di rimettermi in sesto, sento dei passi sulla sabbia. Alzo lo sguardo, pronta a essere divorata dal Kraken, e invece mi trovo davanti un ragazzo con una macchina fotografica al collo. Ha assistito a tutta la scena. Mi porge una foto stampata da una Kodak istantanea, ancora calda. Deve averla scattata un attimo prima che lasciassi cadere il telo sulla sabbia.

La guardo: in bianco e nero, l’inquadratura cattura una figura solitaria, intensa, quasi poetica, che sembra pronta a fondersi con l’infinito orizzonte. Sembro una musa ispiratrice. Il fotografo mi rivolge un sorriso tenero, comprensivo, privo di qualsiasi traccia di ironia, e se ne va salutando con un cenno. Chi l’avrebbe mai detto che un secondo prima del ridicolo fossi così d’impatto?
Mi siedo sulla sabbia, rigirandomi tra le mani quel piccolo capolavoro di malinteso visivo, quando sento il cellulare squillare insistentemente nella borsa. Non faccio in tempo a prenderlo che la chiamata cade. Sullo schermo compare subito una notifica WhatsApp del dottor Martini. Ha letto il messaggio e ha provato a chiamarmi.
Apro la chat. Il testo recita: «Le conviene richiamarmi immediatamente prima che allerti la neuro. E per la cronaca, intendevo un vortice EMOTIVO, non di fare il bagno con le piovre a Spiaggetta Lunga! Risponda!»
Sorrido, guardo la mia foto poetica, guardo il mio bracciolo arancione e digito: «Tutto bene, Doc. Ho affrontato l’abisso. Ha vinto lui tre a zero, ma il fotografo dice che ho un futuro.»

‘Immagine di ChatGPT

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