“Epistula non erubescit”
La lettera non arrossisce
(Marco Tullio Cicerone – Epistulae ad familiares)

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Alla signora dell’appartamento 25

  

Cara signora dell’appartamento 25,

sono la sua vicina di casa. Le scrivo per mettere in chiaro, una volta per tutte, gli equivoci che via via si sono generati in questi ultimi mesi. Forse sarebbe stato meglio chiarire tutto a voce, magari davanti ad un the caldo, viste le temperature polari di questi giorni, ma ho la sensazione che non riuscirei a dirle, con calma e serenità, tutto quello che vorrei che lei sapesse di me, del mio cane, della mia vita.

I nostri rapporti sono stati complessi sin dal mio arrivo qui. Lei si è subito lamentata dei rumori che l’operaio faceva quando ha ristrutturato la mia casa; la disturbo quando la sera, come tutti, accendo la televisione, perché sostiene che tengo il volume troppo alto; le è sempre stato insopportabile il mio cane.

Insomma, non trova nulla di buono nell’avermi come vicina di casa: e questo mi dispiace. Mi dispiace molto. Quando ho scelto di venire ad abitare qui mi piaceva, soprattutto, questo cortile su cui affacciano tutti i nostri appartamenti. Immaginavo che nelle sere d’estate, tutti avremmo preso la nostra sedia e avremmo trascorso un po’ di tempo chiacchierando. Avremmo condiviso qualche buon dolcetto, qualche ricetta nuova, qualche protesta per la cattiva gestione della nostra strada.

Ma tutto è apparso subito molto diverso. Ho provato a sorridere ai vicini che incontravo per strada, ho bussato a qualche porta -anche la sua- per presentarmi quando sono arrivata. Ma ho sentito solo fastidio e insofferenza.

Come sa, vivo sola. Anzi non sono proprio sola, vivo con il mio cane -che lei tanto detesta-. È un quieto bastardino che era solo come me e abbiamo deciso di farci compagnia. È vero, non è molto bello e qualche volta abbaia, ma solitamente quando lo fa è per ricordarmi che deve uscire oppure deve mangiare. Abbaia anche quando qualcuno suona al campanello di casa. Ma succede così raramente che qualcuno venga a trovarmi.

Ha ragione, il volume della televisione è un po’ alto, ma con l’età sono diventata sorda. Troverò una soluzione per evitare di disturbarla, ma perché usa sempre quel tono arrabbiato, labbra incurvate e quel ghigno che mette paura? Perché non bussa alla mia porta e sorridendo mi chiede di abbassare il volume. Potremmo scambiare due parole e magari, vedere la televisione insieme. Magari.

Vorrei invitarla a cena da me. Domani? Non cucino quasi mai per me, ma tanto tempo fa, quando non ero sola, non me la cavavo malissimo.

Verrà? Aspetto con ansia una sua risposta

Clotilde (appartamento 24)

P.S.: Ma come fa ad avere quelle rose così belle nel suo giardino?

Al papà di Alfonso Maria

  

Caro signor Grimando,

innanzi tutto, voglio rassicurarla che io sono dalla sua parte, e che avrei fatto anche io tutto quello che ha fatto lei come padre di Alfonso Maria.
Ha fatto anche bene a mandarlo a riposarsi alle Maldive, dopo tutto quello che ha dovuto passare il povero ragazzo, tutta quella pressione su Instagram e quelle interviste cattive ecc.
E poi, se la mamma avesse tenuto in braccio il bambino mentre attraversava sulle strisce, invece di tenerlo per mano, non sarebbe successo nulla, solo qualche graffio senza conseguenze. Anche il fatto dell’eccesso di velocità, secondo me, è stato troppo segnalato, come si fa a dire a un ragazzo con una bmw 530 che deve andare a 50 all’ora su una strada dritta come quella…

Comunque, vengo al punto.
Ci sono alcune chiacchiere nel quartiere che riferisco così come le ho sentite io, girando qua e là. Qualcuno non è contento di come sono andate le cose in tribunale, di quello che hanno detto i suoi avvocati (bravissimi, per carità) e della sentenza che ha scagionato del tutto Alfonso Maria. Insomma, per qualcuno la storia non è finita lì e promette di fare un po’ di giustizia a modo suo.
Per esempio, quando il ragazzo (non può passare tutta la vita alle Maldive, no?) si rifà vivo a Sabaudia, un paio di delinquenti hanno promesso che lo tirano fuori a pugni dal solito macchinone e gli sbattono la testa tante di quelle volte sul cofano da cambiargli i connotati per sempre. Erano un po’ ubriachi quei due, e insieme a loro c’era anche un cugino di quella donna investita. Insomma, il cugino tira fuori un coltello e se ne viene con un’altra bella idea; di notte, dopo che Alfonso è entrato alla discoteca sulla spiaggia, come fa sempre d’estate, lui gli buca le quattro gomme, aspetta che va a piedi da qualche parte e poi lo mette sotto con la jeep. E se non è ancora morto, torna indietro e ci passa sopra un’altra volta.
Signor Grimando, io le sto dicendo queste cose solo per informarla, non perché sono d’accordo con questi delinquenti. Alfonso Maria è un bravo ragazzo, non merita che un piccolo errore gli rovini la vita per sempre, e allora fa bene lei a proteggerlo. Secondo me farebbe bene a non tornare a Sabaudia per un po’ di tempo, perché qui corre parecchi rischi. Ho sentito anche dire che qualcuno vorrebbe venire a farsi giustizia da voi a Roma, aspettando Alfonso sotto casa…
Comunque io le ho detto tutto quello che volevo dirvi, signor Grimando, e le confermo che sono dalla sua parte.
Alfonso Maria è sempre nei miei pensieri.

Un amico

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A Lucio

  

Caro Lucio,

sono ventisei anni dalla tua scomparsa e mi ritorni in mente con la tua musica che ha fatto da sottofondo ai miei anni giovanili. Le tue canzoni – più che altro chiamale … “emozioni”–  mi hanno accompagnato in tante occasioni felici e tristi di quell’età irripetibile. Di notte sentivo la tua voce roca e inimitabile in tutti i sogni miei, di giorno era con me in tanti momenti della giornata: all’uscita di scuola quando finalmente potevo accendere la radiolina; a Villa Ada quando mi sdraiavo felice sopra l’erba ad ascoltare la tua musica. Gli amici arrivavano e “Ciao che fai?” mi chiedevano. “Ascolto Lucio Battisti” rispondevo “ Con lui più allegro tutto sembra”. La sera restavo a sentire le tue canzoni fino a tarda notte e quando mamma mi diceva di spegnere la luce le rispondevo “Non ho voglia di dormire”. Io crescevo e insieme a te crescevano in me nuove sensazioni, giovani emozioni. Quando nel 1972 nella mia vita entrò come un uragano Claudio Baglioni, io lo ascoltavo rapita ma già sapevo che per lui era solo una cotta, mentre per te l’amore non sarebbe mai finito. Nella mia testa ti rassicuravo e dicevo “Con te non sarà un’avventura. Io e te per sempre”.

I ricordi, sai, a volte sono strani. Per me un viaggio in pullman con la scuola (avrei compiuto di lì a poco diciotto anni) si lega indissolubilmente a “…le tue calzette rosse”. Confesso che per un po’ di anni, dopo sposata, mi son scordata di te, come ho fatto non so. Prendila così, ero travolta dalla mia nuova vita e  – può darsi ch’io non sappia cosa dico – forse da quando ti sei separato da Mogol le tue canzoni sono diventate più ermetiche e difficili. Poi te ne sei andato. Che anno è, che giorno è? Ora ricordo, il 9 settembre 1998. Dimmi ch’è vero che non scriverai più canzoni! Io voglio dimenticare quel triste momento in cui mi sono trovata a pensare “ora io vivrò senza te”. Ma anche dopo la tua morte ci sei sempre stato. Nel 2006 con gli amici abbiamo fatto un pellegrinaggio a Poggio Bustone e c’è una foto di noi intorno al monumento che ti hanno dedicato nel parco “I giardini di marzo”.

Tante nuove notti e nuovi giorni sono trascorsi dalla prima volta che ti ho ascoltato e ora ho settanta anni. Ascolto musica classica e mi ritrovo a parlar di rughe e acciacchi. Ma, che ci posso fare, tu ci sei sempre, sempre tu e ancora tu, lasciarti non è possibile.

Foto di Damiano Stizza

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