Un racconto scritto a più mani.

Un racconto lungo, anzi lunghissimo

Abbiamo rubato l’incipit di un grande scrittore ed ora… continuate Voi

«Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.» (It)

Sthepen King

Sto andando a scuola, oggi ho il compito in classe, uffa, una vera barba. Quasi quasi non ci vado. Così, prendo la bicicletta, ma vedo una barchetta di carta. Oh, che cos’è? Mi avvicino per osservarla meglio.
Mentre sono intento a vedere quella minuscola barchetta, mi sento colpire dietro la nuca. Mi manca il respiro, la vista mi si annebbia, barcollo e cado giù come un sacco di patate. Quando riapro gli occhi mi trovo legato dentro a un furgone. Sento una voce che canticchia una musica blues. È quell’ uomo che mi ha rapito, penso, e ora sta guidando a grande velocità. Arrivati, mi carica sulle spalle. Sento che è molto possente e si muove con lentezza. Ha un odore sgradevole, puzza di birra. Entriamo in una cascina abbandonata in una stanza macabra usata per il macello degli animali. Mi sento rabbrividire. Mi posa su un tavolo. Io, spaventato, inizio a gridare, ma l’uomo mi zittisce. “Ora mi diverto io e tu sarai il mio gioco preferito” mi dice. Ha un aspetto minaccioso con la sua barba e gli occhiali scuri. Mi obbliga a camminare fino a dei ganci. Ha intenzione di squartami come un animale e poi ridere sadicamente di me.  Non so perché lo faccia, ma il terrore mi invade completamente. Ma prima che lui mi afferri vidi per terra un grosso forcone e…

Caterina Traina

Immagine da Freepik

Nonostante il terrore, il mio cervello lavorava ad una velocità inspiegabile e una forza quasi sovrumana si impossessò di me, al punto da riuscire ad afferrare il forcone sul pavimento. Ma mentre lo sollevavo, un dettaglio glaciale mi colpì: era talmente leggero, sembrava plastica.
All’improvviso, un suono. Una canzone? ma non proveniva dal mio rapitore; sembrava una radio.
Lo stordimento svanì di colpo. Misi a fuoco tutto intorno a me: ero nella mia stanza, il poster degli Avengers troneggiava sopra il letto. Non ero in una stanza macabra. Ero a casa.
Ciò che avevo scambiato per il mio aguzzino era mio padre. Era chinato su di me, la giacca da lavoro sporca di unto (l’odore di birra e sudore), gli occhiali scuri abbassati (non li toglieva mai quando guidava). Mi stava scuotendo, il volto contratto dalla preoccupazione.
“Ehi, Thomas, tutto bene? Sei caduto malamente dalla bici davanti casa. Come ti senti? Sta arrivando l’ambulanza.”
Ero salvo.
Il forcone che stringevo era un semplice rastrello di plastica che avevo raccolto in giardino. L’unica cosa reale era la paura. Il mio cuore batteva disperato nella gabbia toracica, e capii che la botta mi aveva fatto vivere i dieci minuti più terrificanti della mia vita: una vivida allucinazione.
Mi tirai su a sedere. “Papà,” dissi, la voce un sussurro rauco. “C’era una… c’era una barchetta di carta…”
Mio padre si guardò attorno, corrugando la fronte. “Una barchetta? No, figliolo. C’era solo la tua bici.”
Ma io lo sapevo. Il terrore era durato un solo minuto, ma forse…

Rosaria Russo

Immagine da Freepik

La mattina dopo, prima di andare a scuola, sono tornato nello stesso punto insieme a Fred, (mio compagno di banco dalla quinta elementare in poi) e, sorpresa: dopo un giorno e una notte, la barchetta era sempre lì, ferma in mezzo all’acqua che continuava a scorrere. Era incredibile, impossibile che fosse rimasta sotto la pioggia per tutto quel tempo, intatta.
Stavamo fermi lì, increduli, quando Fred all’improvviso cacciò un urlo stridulo: si era ricordato di una vecchia storia che suo padre gli aveva raccontato parecchi anni prima. Anche lui da ragazzo aveva trovato una barchetta di carta che galleggiava nell’acqua piovana, anche lui si era incuriosito e l’aveva presa.
Sorpresa: nella barchetta c’era una bustina di plastica, e dentro la bustina c’era un foglio scritto a mano con un racconto parecchio pauroso. Suo padre l’aveva fatto vedere ai suoi genitori e quelli avevano passato tutta una sera a chiedersi: chi può averlo scritto, perché l’hanno messo in una barchetta di carta?
Alla fine i suoi l’avevano gettato nella spazzatura, ma il papà di Fred senza farsi vedere l’aveva ripreso perché voleva conservarlo.
Quando si era svegliato la mattina dopo, però, c’era stata una sorpresa.

Luca Vitali

Immagine da Freepik

Dal foglio le parole erano misteriosamente scomparse e al loro posto in trasparenza risaltava la sagoma di un grosso rospo sul quale spiccavano in caratteri gotici le lettere GHK. La storia agghiacciante si era conclusa con le lacrime di paura di lui bambino e la rassicurazione del padre che l’aveva inventata di sana pianta per distrarlo. Gli era rimasta però un’ombra di dubbio, che ora riemergeva con forza davanti a quella barchetta.  
Quando Fred smise di parlare, ci guardammo perplessi e come una sola persona rivolgemmo uno sguardo carico di preoccupazione verso quel piccolo oggetto, apparentemente così innocuo. “Dobbiamo prenderla e vedere bene cosa contiene” disse Fred con voce turbata. Facendomi coraggio allungai la mano e afferrai la barchetta e mi sembrò che pesasse troppo per essere di semplice carta. La misi velocemente nel cestino della bici per raggiungere il nostro posto segreto, a circa un chilometro di distanza, dove potevamo analizzarla con calma e in perfetta solitudine. Man mano che pedalavo lungo la strada che avevo percorso tante volte, cominciai a sentirmi sempre più stanco, come se stessi trasportando un peso enorme. Arrivai senza fiato nella piccola radura nascosta tra la vegetazione che era la nostra meta e, con sollievo, stramazzai a terra. Fred senza alcuna fatica afferrò la barchetta e la appoggiò a terra tra di noi.

Cristina

Immagine da Freepik

All’apparenza sembrava una barchetta semplicissima, di quelle che si fanno con un foglio di carta o di giornale, e che poi le vedi affondare lentamente nell’acqua a mano a mano che si infradiciano.
Solo che questa era perfettamente asciutta, non sembrava essere mai stata immersa nell’acqua. Eppure, era dall’acqua che l’avevamo presa qualche minuto prima, e nell’acqua era rimasta per un giorno e una notte. Ci siamo guardati negli occhi, io e Fred.
Eravamo increduli, e sbalorditi, e anche impauriti, anche se nessuno dei due aveva il coraggio di ammetterlo. Vediamo se c’è qualcosa dentro, disse Fred.
Le mani leggermente tremanti, cominciò lentamente a disfare la barchetta. La carta sembrava del tutto normale, si piegava docilmente alla manipolazione, in pochi secondi ritornò alla condizione di semplice foglio, una normale pagina di carta spiegazzata, anonima e banale. Sulla parte bassa del foglio si intravedeva qualcosa scritto a mano, piccolissimo, non facile da leggere. Uscimmo all’aperto e cercammo di decifrare lo scritto con una vecchia lente d’ingrandimento di Fred che avevamo usato in passato per arrostire le formiche.
Sembrava una lista, sulla sinistra c’erano gli anni e cominciavano dal 1980; per ogni anno c’era un nome e un simboletto accanto. Scorrendo la lista si arrivava a un anno vicino a noi, 2001, e accanto un nome che ci sembrava di conoscere, Arthur M. “Non può essere Arthur Morissey?” sussurrò Fred. Quello della seconda H che se n’è andato via all’improvviso dopo le vacanze di Pasqua?
Abbiamo continuato a leggere e siamo arrivati all’ultima riga, quella proprio di quell’anno, 2005: Fred e Thomas.
Il simboletto accanto, piccolissimo, era lo stesso che avevamo visto accanto ad alcuni dei nomi di quel lungo elenco, un coltellino.


Immagine da Freepik

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