
Silvana D’Angelo
Mi è piaciuto questo libro perché è una storia familiare che esprime gli intrecci dei rapporti di ciascuno dei componenti, nell’arco di tre generazioni, raccontati dall’unico superstite.
È scritto in prima persona con l’intento di dar voce, in maniera obiettiva, ad ognuno di loro, con rivelazioni che emergono a posteriori, quando la voce narrante (un romanziere famoso) decide appunto di scrivere della propria famiglia, oltre che per far rivivere i congiunti
scomparsi, anche per uscire dai propri ricordi d’infanzia e per ricostruire la verità.
Nella storia esiste un confine tra un prima e un dopo, il cosiddetto giorno della Tragedia, che ha segnato la vita di tutti loro e ha sgretolato l’assetto quasi secolare dei ruoli, e che spinge il narratore protagonista a trovare il proprio posto e la propria identità.
Il benessere dei Goldman di Baltimore viene distrutto dall’invidia derivante dalla mancanza di fiducia in sé stessi. L’amicizia e l’affetto, che pure circola fra i personaggi, non bastano a superare questo meta-protagonista del romanzo: il non sentirsi all’altezza degli altri.
La scrittura del romanzo da parte dell’io narrante (Marcus) diventa catartica; gli permette,
nel riconoscere le altrui debolezze, di trovare il suo centro.
Il romanzo (di Dicker), nonostante i continui salti temporali, è scritto in modo magistralmente scorrevole e i personaggi sono ben approfonditi.
E, cosa per me fondamentale, ha tutto sommato un lieto fine.
Editore: La nave di Teseo
592 pagine


Lascia un commento