La cicatrice

Marialuisa Naitana, maggio 2024

Usi sempre molto profumo, troppo. È buono ma è troppo. Lo sai che non serve a niente, che non potrà mai coprire quell’odore, prima acre e pungente e poi nauseabondo, che ormai è dentro di te. Nemmeno ti abbandona quel crepitio, quel rumore che nasce esile e diventa un frastuono, ti sveglia nel cuore della notte e ti fa fare un balzo nel letto.
Nel silenzio accendi la luce e guardi le tue mani, e poi i tuoi polsi, e poi le tue braccia. Non c’è traccia di peluria, la pelle è lucida, ricoperta da una trama simile a una ragnatela. Conosci a memoria ogni singola voluta di quel disegno, alcune tracce sono più spesse, hanno un rilievo massiccio, alcune invece sono più tenui.
Sale sino alle tue spalle, attraversa il collo e avvolge metà del tuo viso, un orecchio non c’è più e nemmeno una parte del cuoio capelluto. Poi scende sul tuo torace e da lì penetra, profondamente, nella tua anima dove continua ad ardere per sempre il fuoco del tuo inferno. Vorresti sentirla al tatto, la cicatrice sul tuo corpo, ma non puoi perché i polpastrelli delle tue dita non esistono più. Si sono sciolti come cera al primo contatto col metallo incandescente.
Chiudi gli occhi e arriva l’odore, come quella notte. Il fumo entra nella stanza, filtra sotto la porta chiusa e tu corri ad aprirla. Il calore ti piomba addosso. Piccole fiammelle mangiano la tappezzeria del corridoio, alte lingue di fuoco divorano la porta, chiusa, della sua camera. Non respiri, non c’è aria, soltanto fumo e tu non vedi. Percorri quei pochi metri e il contatto con la maniglia rovente ti provoca una scossa intensa di dolore. E’ in quel momento che perdi i polpastrelli. La porta brucia ma non si apre e tu senti la sua voce, piccola, che urla e implora il tuo aiuto.
Le fiamme lambiscono le tue braccia e finalmente la porta cede. Entri nella stanza e il fuoco è dappertutto. La sua voce piccola tace ma ne senti una, forte e adulta, che domanda se c’è qualcuno. Urli col poco fiato che hai in gola e poco dopo li vedi arrivare. Sono in due e camminano chinati per schivare le fiamme che hanno ormai avviluppato le travi in legno del soffitto. Hanno spesse tute protettive, guanti, calzari, caschi e maschere per l’ossigeno. Ti senti afferrare da braccia forti e con l’ultimo barlume di coscienza gli dici che lì, dentro quell’inferno, c’è la tua bambina. Poi più nulla. Ti risvegli in un letto di ospedale ed il tuo corpo, avvolto dalle bende, duole in ogni sua più piccola parte. Ti tengono sotto sedativi ed aspettano qualche giorno prima di dirti che lei non c’è più.

Immagine di freepik</a>

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