RV4137
Amedeo Rollo, luglio 2026

Appena in tempo! Con un balzo salgo sul predellino, apro lo sportello e sono a bordo. Il treno, stranamente puntuale, riparte lentamente dalla stazione di Livorno con destinazione Roma. È un interregionale, un convoglio anni Ottanta, un po’ malandato, di quelli che hanno ancora gli scompartimenti. Entro in uno di questi: i sedili sono in similpelle consumata, i finestrini sono quelli che si bloccano sempre a metà. L’aria condizionata non rientra fra le prerogative del prezzo del biglietto.
Lo scompartimento è vuoto, e di passeggeri se ne vedono pochissimi. Sono le 18 del 15 agosto e la gente è ancora al mare.
Mi siedo accanto al finestrino, non voglio perdermi lo spettacolo del tramonto sul Mar Tirreno.
Tiro fuori l’ultima storia di Manzini e comincio a leggere l’ennesima vicenda di Rocco Schiavone. Il rumore monotono dello sferragliare è la musica ideale per la lettura di un libro “leggero”.
Trascorsa mezz’ora, è il rumore della porta scorrevole a distogliermi dalla lettura. «Biglietti, prego.» È il controllore, anzi, la controllore. Una bella ragazza, giovane, mora, con gli occhi verdi, nella sua divisa scura. C’è sempre qualcosa che mi affascina nelle donne in divisa: quel misto di autorità e grazia femminile, il rigore dell’abito in contrasto con la dolcezza dello sguardo.
Tiro fuori il biglietto dal portafogli, lei lo guarda, ringrazia, accenna un sorriso e richiude la porta. Rimango un attimo a fissarla, poi lo sguardo sale, quasi per caso, verso il portapacchi di metallo sopra il sedile di fronte al mio. C’è una borsa. Come ho fatto a non accorgermene prima?
È una borsa di pelle scura lucida, con una bella chiusura in ottone satinato che ne impreziosisce la linea. Ha la forma inconfondibile delle borse che usano i medici per le visite a domicilio.
Di chi è? Forse appartiene a un passeggero distratto, qualcuno sceso a una stazione precedente dimenticandola lassù. Oppure a un tizio che si trova momentaneamente in qualche altro scompartimento. Chissà.
Il treno comincia a decelerare leggermente: stiamo per entrare in galleria.
La luce interna non si accende. Nel buio totale, il rumore delle ruote sui binari rimbomba forte.
Poi, in mezzo a quello sferragliare, un suono diverso:
Click!
Un suono metallico. Sembra lo scatto di un’apertura. Quella di una serratura in ottone.
Chi è entrato? Chi c’è? O cosa si è mosso?
La luce del giorno torna lentamente, sbatto le palpebre per abituarmi al chiarore.
Lo scompartimento è ancora vuoto. Non c’è nessuno.
Ma la borsa di cuoio sul portapacchi, adesso, è aperta. La cerniera superiore è allargata, e riesco a intravedere la forma quadrata di un pacchetto avvolto in una busta di plastica scura.
Ma non è la borsa aperta a sconvolgermi: è il rumore ritmato che ne esce.
Tic, tac, tic, tac…
Il rumore di un orologio. Di un timer?
In un istante, ricordi terribili si affacciano nella mia mente. Quel ticchettio mi riporta indietro di alcuni decenni, ridestando pensieri e memorie che credevo ormai sepolti. Ricordi di anni difficili, di cronache nere e di valigie abbandonate sui treni, di stazioni devastate e di un’Italia sospesa sul filo della tensione. Un’intera, tragica epoca riaffiora da quel piccolo, regolare rumore metallico.
Fisso la borsa. Il cuore accelera il battito, quasi a voler coprire il ticchettio.
Guardo fuori dal finestrino. Il paesaggio scorre veloce, i pali dell’alta tensione passano uno dopo l’altro come i secondi sul quadrante del mio orologio.
Guardo la borsa, poi il vuoto del corridoio. Roma è vicina, e fermare il treno adesso non ha più senso.
Il telegiornale della notte non riporta alcuna notizia sul treno Livorno–Roma RV 4137.
Immagine di ChatGPT

