Il matrimonio mancato
Rosaria Russo, luglio 2025

“Maledetto traffico, mi rallenta, non ce la farò mai!”
Ok lascio l’auto non c’è altra scelta.
Con la coda dell’occhio vedo un’auto sgommare via: posto libero! Sterzo di colpo.
Una serie di clacson di protesta accompagna la mia manovra assurda, scusate, scusate, avete ragione.
Sento le lacrime salirmi agli occhi, ma non è il momento di essere debole.
«Sei impazzita?» Sento qualcuno urlare, ma non mi giro, devo correre!
Manuel, dovevo fermarlo, è un errore quello che sta per fare, non può sposarla, dopo pochi mesi di conoscenza, non può essersi dimenticato di noi! Ed io me ne frego di quello a cui andremo incontro.
Nella mia corsa sfrenata verso la chiesa i miei pensieri sembrano rallentare, andare a ritroso, ad un anno prima, quando ho preso la decisione di allontanarlo, per paura che scoprisse chi sono, per proteggerlo.
«Livia sei sicura della tua scelta?» mi aveva chiesto.
Occhi bassi non avevo avuto il coraggio di rispondergli.
«Il tuo silenzio per me è già una risposta, preparo le mie cose e tolgo il disturbo…c-cerca di essere felice.» Gli avevo dato le spalle mentre lui preparava le valigie, e non potendo sopportare oltre, ero uscita dall’appartamento per non vederlo andar via.
Fino alla fine è stato buono con me, un altro al suo posto, dopo tre anni che avevamo condiviso di tutto, non avrebbe accettato di farsi mandare al diavolo.
Che brutta frase, quando io stessa potrei essere paragonata al diavolo.
Il sole è alto e fa un gran caldo, il cuore mi batte forte nel petto sia per lo sforzo fisico, sia per l’ansia che mi assale, ma non mi arrendo!
Inspiro mentre corro. Quante volte nelle nostre corse al parco Manuele mi diceva “Ricorda inspira e respira, dai un ritmo alla corsa” e poi scoppiava a ridere vedendo come diventassi invece paonazza.
Ci sono quasi. Sento la camicia che mi si incolla alla schiena, i ricci fradici mi cadono sugli occhi, cavolo devo essere un mostro.
Ecco la chiesa, la porta è spalancata, strano nessun addobbo!
Mi precipito all’interno, la luce dall’esterno all’interno cambia di colpo, mi acceca! Sento l’eco dei miei passi e il mio respiro affannoso, il cuore in gola e faccio l’unica cosa che mi viene in mente col cuore in gola:
«OBIETTOO!» Urlo!
Tutti girati verso di me!
Il rosso dalla vergogna mi assale, è un funerale! Magari la terra mi inghiottisse in quest’istante.
D’improvviso nel silenzio assordante che ci avvolge parte un urlo, poi un altro ed un altro ancora, mi giro d’istinto verso la bara.
Non ci posso credere, non pensavo che potesse riaccadere!
Resto pietrificata e osservo il defunto che sta muovendosi dentro la bara, il velo che lo copre si scosta, si mette seduto, si guarda intorno, ha un’espressione confusa, ma sana.
Ma questo non mi confonde. Non può confondermi, a che era servito il mio sacrificio di allontanare Manuel, so di cosa sono capace, anche se non comprendevo ancora le dinamiche.
«Che succede? Dove sono?» Rimbomba la sua voce nella chiesa.
Osservo il prete che lascia cadere il libro delle preghiere e la famiglia che si alza di scatto, tra lo shock e paura.
C’è chi viene meno, chi grida al miracolo, ma altri rivolgono il loro sguardo incredulo a me!
Sento la mia bocca aprirsi e chiudersi come un pesce fuor d’acqua, incapace di trovare un nesso logico, non posso certo spiegarlo.
Non sono mai stata un tipo a cui vengono meno le parole e quindi:
«Bentornato tra i vivi!».
Si l’ho detto! E tutti si girano verso il defunto che mi guarda come se fossi io un fantasma. Le mie gambe decidono di avvicinarsi …che brutta idea!
La famiglia del defunto lo aiuta ad uscire.
«Ciao mi chiamo Livia, come ti senti?»
«Ti conosco?»
«No, io s-sono qui per uno sbaglio, anzi dovrei andare.» Ma quegli occhi mi ipnotizzano.
«Marco ma come ti senti? Dobbiamo correre in ospedale.» Gli chiede un familiare.
Il prete prende un cellulare, lo sento chiedere un’ambulanza.
«Scusatemi, lasciatemi passare un momento.” mi faccio spazio.
«Marco vero?». Gli prendo il gomito e lui finalmente mi guarda.
Vedendolo più da vicino, mi accorgo di quanto sia grande la sua confusione, ma non è certo spaventato, come se percepisse chi sono.
«Cosa ricordi?».
Stringe gli occhi «Ricordo che ero in ospedale, tanto dolore poi un buio profondo, mi sembra di aver sentito una voce e mi sono svegliato».
Una donna gli chiede che avesse detto quella voce.
«Obietto, sei stata tu vero?»
Ecco di nuovo tutti gli sguardi verso di me! E come se ad un certo punto mi destassi anch’io.
«Devo andare, buona vita».
Mi allontano e il pensiero va a Manuel, ora ho la certezza che la scelta di lasciarlo era giusta, io sono quella che sono. I ricordi vanno a ritroso nel tempo, a poco più di un anno fa, nella casa di campagna di mia nonna, quando mi svelò che eravamo una famiglia di negromanti.
«Negromanti nonna? Scherzi? Vorresti dire che parliamo con i morti?»
«Si, da generazioni è un dono, ma anche una responsabilità, un potere che devi imparare ad usare con saggezza e coraggio.»
Il mio primo istinto fu di ridere, ma qualcosa nell’espressione di mia nonna mi fermò.
«Ci sono molte cose che devi imparare, non solo a comunicare con gli spiriti, ma anche a proteggerci da quelli malevoli, ora è il momento che tu impari!».
E da quel momento sono entrata in contatto con una realtà eccitante, ma allo stesso tempo terrificante. Manuel andava protetto e a volte l’unico modo è lasciar vivere chi ami un’altra vita.
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