Come rovinare tutto al primo sguardo

Rosaria Russo, agosto 2025

Eccomi qua seduto in questa sala, con altri … quanti? Cinque? Manco li ho contati.
Bella idea, mamma. “Vai al gruppo di sostegno” diceva “parlare ti farà bene!”
Certo! Ha capito tutto mia mamma. Era proprio quello il problema, parlo anche troppo.
Eccolla’, m’ha inquadrato il tizio che da 10 minuti sta a dire quanto sia utile aprirsi. Pietro mi pare si chiami. Alzando lo sguardo sui cinque, due sono ragazze. A guardarli bene tutti, mi sembrano degli scappati di casa.
«Ciao, sei nuovo e capisco che sia difficile, dato che sei qui, sarebbe bello conoscere il tuo nome.»
Sento la sedia scottarmi, vabbè oramai sono qui, peggio per loro.
«Mi chiamo Tommaso, ho diciannove anni e un talento innato per sabotare qualsiasi interazione sociale in meno di sette secondi. Non è una stima. È statistica. Il mio record attuale è di quattro.»
Silenzio.
«Secondo mia madre dovrei uscire di più, secondo mia sorella sono un personaggio da sitcom anni ‘90, secondo me… beh non so, penso di rientrare nella normalità, non ho ucciso nessuno, ancora!»
Tutti muti, Pietro prende la parola.
«Ottimo, ti vedo carico…»
«Altroché se sono carico.» Sento la mia voce che ha preso possesso della mia mente.
Il mio superpotere? Il sarcasmo. Lo uso per tutto: difendermi, respirare, evitare il panico. Tipo l’altro giorno, al bar, la cameriera mi ha chiesto: «Lo vuoi lo scontrino?»
E io: «No, preferisco vivere pericolosamente. Evadiamo, baby.»
Ridevano tutti. Tranne lei e mio zio, che lavora all’Agenzia delle Entrate.
Penso di averli traumatizzati. «Scusate è bello essere qui…tornerò sicuramente ma tra poco attacco al lavoro, devo scappare.»
Pietro si alza con me «Tommaso, sei sicuro? Abbiamo appena iniziato…»
Ma sono già in dirittura di arrivo alla porta, lo sento gridare un “torna quando vuoi”.
Cavolo, mi è venuto in mente di ascoltare mia mamma, tra l’altro di lunedì. Il che già basterebbe a giustificare un’umana disperazione. Sole a picco, 32 gradi percepiti come l’inferno.
E devo fare ancora il giro a distribuire volantini per il centro sportivo dove lavora mio zio.  Bella missione estiva, mi sento sudare come un toast dimenticato nel tostapane.
Ore 11:45. Palazzo elegante, quartiere dove la gente non prende i volantini, li ignora con garbo passivo-aggressivo.
E poi l’ho vista.
Capelli neri raccolti in una treccia lunga, zaino carico di libri, auricolari rosa. Occhi sul telefono. Passo deciso.
Mi faccio avanti. Apro bocca. Nessuna parte del mio cervello prova a fermarmi. E quando mai…
«Ehi, vuoi un volantino che promette felicità eterna? O almeno addominali scolpiti entro Ferragosto.»
Lei alza lo sguardo. Occhi verdi. Uno sguardo lento, giudicante. Il tipo di sguardo che ti spoglia e poi ti riveste con sarcasmo migliore del tuo.
«Non prendo roba da sconosciuti. E odio gli addominali scolpiti. Sanno di insicurezza tossica.»
Silenzio. Il tipo di silenzio che ti dà il tempo di rimpiangere ogni scelta fatta dalla nascita in poi.
Poi lei passa oltre. Fine.
Il rientro a casa non è dei migliori, trovo un biglietto di mamma, devo andare dalla zia, si cena da lei.
Finale perfetto per una giornata del cavolo.
La cena da mia zia è la classica situazione familiare: bambini urlanti, lasagne che sfidano la gravità, e io nell’angolo a fingere di mandare messaggi per evitare conversazioni reali.
Mia cugina Giorgia mi si avvicina con uno sguardo che già puzza di trappola.
«Oh, finalmente! Dai, alzati. Ti presento Viola. La ragazza che farà l’estate con noi al centro.»
Io, paralizzato: No, non può essere lei. Ci saranno miliardi di ragazze e chi mi va a capitare, Lei! Quella della mattina.
«Ciao. Di Nuovo.»
Voce leggermente ironica. La stessa.
Alzo lo sguardo, lei sopracciglia inarcate, mi viene in mente solo una cosa da dire:
«Ti posso seguire su Insta? Ehm, per motivi professionali eh!»
Lei sorride. Finta.
«Perfetto. L’ansia sociale e il volantino umano. Che squadra vincente.»
«Non sono ansioso. Sono solo… molto consapevole della mia inadeguatezza.»
«Ah. Autocosciente. Il livello peggiore.»
Mia zia interrompe il duello con l’entusiasmo di chi non ha capito nulla ma sente la “chimica”:
«Vi piacerete un sacco! Entrambi intelligenti, sensibili, ironici…»
Viola si siede di fronte a me. Afferra una forchettata di lasagna con la grazia di una condannata a morte che accetta il suo ultimo pasto.
«Sì, non vedo l’ora di distribuire sorrisi e volantini con lui.»
Mi guarda.
«Tu li pieghi, io li brucio.»
Il giorno dopo, al centro sportivo, l’atmosfera è.… tesa. O forse solo calda. O forse io sto semplicemente sudando nervosismo.
Viola arriva in pantaloncini e maglietta nera con la scritta: Don’t talk to me unless you’re fictional.
«Bello il look da crisi esistenziale. Lo vendono in taglie diverse?»
È la mia battuta di apertura. Classico.
Lei non ride.
«Tu invece sembri uscito da uno spot contro il deodorante.»
«Wow, sei sempre così carina o è un dono che riservi solo a me?»
«Solo a te. Per il pubblico, sorrido.»
Ci assegnano il compito di organizzare un evento per bambini: “Settimana del Movimento”.
Viola sbuffa.
«Io odio i bambini.»
«Io sono un bambino. Ma in versione ansiosa. Quindi tecnicamente, mi odio da solo.»
Lei ride. Per un secondo. Poi se ne accorge.
«Non è che puoi usare l’autocommiserazione come scudo emotivo ogni volta.»
«Non è ogni volta. Solo il martedì. E oggi è martedì.»
Mi lancia un volantino in faccia. Colpisce in pieno.
La settimana passa tra battibecchi, sfide creative, e strane complicità. Ogni giorno è un duello. Ma anche una tregua.
Scopriamo che entrambi amiamo i libri, odiamo le chat di gruppo, e che fingiamo entrambi di essere più forti di quello che siamo.
Una volta, mentre sistemiamo i cartelloni, le chiedo:
«Ma tu perché sei qui?»
Lei ci pensa un attimo.
«Per scappare. Tu?»
«Per non pensare.»
E in quel momento, tra un silenzio meno teso e una coca-cola, penso che forse, nonostante il mio talento per rovinare tutto… stavolta potrei avere una possibilità.
Sempre che io non apra di nuovo bocca.

Immagine di Freepik

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