Perso

Fabrizio Del Monte, febbraio 2026

Era la sera del primo di aprile. Sulla spiaggia deserta Marco piangeva. La luce dell’orizzonte trafiggeva i suoi occhi umidi. Era la prima volta che si sentiva cosi perso. Non sapeva più dove andare. Una leggera brezza marina gli scompigliava i lunghi capelli. E l’ultimo raggio di sole scomparve.
Marco non poteva tornare indietro. Si incamminò lungo il bagnasciuga, pestando l’acqua, schizzando e scantonando le onde che si infrangevano sulla riva, come fanno i bambini piccoli quando giocano sulla spiaggia. Diede un calcio di rabbia a una palletta di posidonia. E si fece male al ditone del piede. Cominciò a imprecare sottovoce. E poi, distratto dal dolore e confuso nell’oscurità crescente, pestò il guscio rotto di un riccio di mare, abbandonato da qualche spiaggiante ignorante. E gli si conficcarono una decina di aghetti sotto la pianta del piede.
Tutto era cominciato qualche giorno prima. Era da tempo che Anna insisteva per restare soli, ma tra vecchi genitori, fratelli, amici e compagni sempre in mezzo, non trovavano mai un momento per loro. Marco avrebbe potuto intuire che qualcosa non andava; ma i maschi, a volte, si perdono nelle loro certezze; inconsciamente, cercava di rimandare quel momento di intimità. Marco era innamorato di Anna, stravedeva per Anna, tutto con Anna sembrava stupendo. La loro relazione era statica, ma per lui era perfetta, anche nella noia. Lei mostrava qualche cenno di insofferenza, lamentava il tempo perso. Non avevano mai discusso, nessun litigio, niente premonizioni. Certo, qualche silenzio di troppo c’era. E poi mancavano argomenti comuni di conversazione.
Marco quella mattina passò a prendere Anna alle otto in bicicletta. Lei espresse il desiderio di andare in montagna, magari in un paesino tipico. Lui la portò al mare vicino casa a piedi. Andarono sulla lunga spiaggia del litorale, fronte casa, dove andavano a giocare, e a fare il bagno in estate. In quel posto familiare Marco si sentiva al sicuro. Niente lo avrebbe potuto turbare.
Camminavano uno accanto all’altro sulla battigia. Marco cercò la mano di Anna che invece la ritrasse repentinamente. La spiaggia sembrava lunghissima, infinita. Lui evitava volontariamente gli sguardi di Anna che invece gli cercava gli occhi nella speranza di trovare il coraggio di parlare. Era arrivato il momento. Entrambi si arrestarono all’improvviso.
Anna ruppe il silenzio. “Marco, io non so come dirtelo, io ti voglio bene. Tanto bene. Ma non sono più innamorata di te. Io a te ci tengo, non voglio perderti. Ma penso che dobbiamo fare un passo indietro. Stiamo appiccicati ormai da troppo tempo. Siamo cresciuti insieme. Non ci siamo mai dati altre possibilità… Ti prego Marco, dì qualcosa!”
Marco con sguardo languido: “Se vuoi buttare via tutto questo tempo che siamo stati insieme, che abbiamo costruito qualcosa, io non ti posso fermare. Ma pensaci bene, Anna, perché dopo… niente sarà come prima!”.
“Caro Marco, io cerco qualcosa che tu non mi puoi dare, sei rimasto troppo bambino. Ho bisogno di emozioni forti, e tu stai ancora a casa con mamma e papà.”
“Che vuoi dire? Anche tu stai a casa! Forse dovresti trovare scuse migliori! Io non mi prendo responsabilità. Se tu hai deciso, sarà tutta colpa tua!”

Anna si voltò verso Marco e disse solo: “Addio”. Aveva gli occhi lucidi e le gote un po’ rosse, forse per colpa del tiepido sole; cominciò ad allungare il passo, ad allontanarsi e a tornare verso casa sua.

Quando fu lontana e ormai fuori dalla vista a Marco scesero due lacrimoni. Tanto non c’era nessuno nei dintorni, non aveva bisogno di nascondersi.
Pensava: “Dove ho sbagliato? Forse non l’ho mai capita?! Forse la differenza di età? Domani è il mio compleanno! Io compio 10 anni, diventerò grande! Lei ha ancora 9 anni! È lei quella piccola! Non poteva aspettare due giorni per dirmelo! Mi ha rovinato la festa! Che farò domani? Così ci si sente, all’improvviso, quando si cresce?
Era la prima volta che Marco si sentiva così perso.
Era la sera del primo di aprile.

Immagine di ChatGPT

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