Bimbo
Giuseppe Pugliese, marzo 2026

Siamo tornati a viaggiare.
“Che cosa bella” sto pensando, ancora un po’ stranito.
Sembra incredibile, ma anche una cosa così semplice e un tempo abitudinaria ora suona come una nuova esperienza da centellinare, da assaporare poco a poco.
Comunque raggiungo il mio scompartimento, poso il trolley al suo posto e mi accomodo.
Ed ecco che…
Sale di corsa e si mette rumorosamente alla ricerca del suo posto.
“E’ questo mamma, è questo!” strilla felice “E il tuo è proprio vicino al mio! Che fortuna vero?”
“Certo, proprio una bella fortuna” gli risponde accondiscendente la madre rivolgendo con lo sguardo un appello di muta comprensione a noialtri compagni di viaggio.
Luigi, come apprendiamo due secondi dopo, sta già tirando fuori dal suo zainetto ogni cosa possa mai lontanamente tornargli utile. Ossia in ordine sparso: pennarelli e album da colorare, giornalino di Topolino, libro sugli animali, pupazzetti vari e immancabile videogame.
Quando ha finalmente finito e si è sistemato esclama “Mamma ma questo treno è bellissimo!” e lo dice in tono così convinto che persuade anche noi, un tempo soliti, invece, a lamentarci di tutto.
E poi non appena il treno comincia a muoversi lui inizia a cantare.
A voce alta, stentorea e intonata, una canzone, ritengo, di un qualche vecchio Zecchino d’Oro.
La mamma si guarda intorno e allarga le braccia in senso di impotenza.
Ma al termine della canzone l’applauso scoppia spontaneo.
Ed è tutto un “Ma che bravo!” “Ma chi ti ha insegnato a cantare così bene?” “Sai come sarà contenta la tua maestra” ecc. ecc.
Lui si schernisce e diventa tutto rosso intanto che la madre ringrazia per i complimenti.
Per qualche minuto traffica con tutto ciò che ha schierato a portata di mano e poi, prima piano piano sottovoce, e poi sempre più forte, torna a cantare.
Una vecchia canzone di Heather Parisi. “E le cicale….”
Al termine coro generale, risate ed altri applausi.
E’ buffissimo e stavolta ai complimenti sorride tra sé.
Chiacchiera un po’ con la mamma e poco dopo di colpo si addormenta.
La mamma alza gli occhi al cielo, grata. E sinceramente anche noi ritroviamo un po’ di pace. Si fa per dire, tra uno squillo di cellulare e un altro…
Il tragitto da percorrere non è lungo e lui si risveglia che siamo quasi arrivati.
Così ingurgita veloce un paio di biscotti e un succo di frutta ristoratore e prende a infilare in fretta nello zaino tutto quanto estratto in precedenza.
Ha dimenticato un pupazzetto di Star Wars. Mentre siamo in fila per scendere glielo porgo e lui mi ringrazia, sorpreso e felice.
E mentre ci dirigiamo verso l’uscita della stazione riprende a cantare. Stavolta qualcosa che attribuisco a Raffaella Carrà. Per lo meno così mi pare di ricordare, sì, che la cantasse lei.
Ci disperdiamo tra la folla. La sua voce si affievolisce man mano che ci allontaniamo.
Potrei dimenticare tutto ciò in pochi minuti se non che c’è la metro bloccata da un guasto e mi tocca correre al posteggio riservato ai taxi e mettermi in fila perché hanno avuto tutti, come me, la stessa bella pensata.
È allora che sento nuovamente risuonare la sua voce chiara e forte che intona “Per fare un albero ci vuole il seme, per fare il seme…”.
Sono entrambi appena dietro me.
Mi volto e la mamma mi guarda e scuote la testa, sconsolata. Si tengono per mano e con quella libera lei regge una valigia che, nonostante le rotelle, intuisco essere alquanto pesante da crearle difficoltà.
“Mi scusi il disturbo” mi dice “saprebbe dirmi quanto ci vuole per arrivare al Vomero? Dovrei andare a Piazza Vanvitelli e la metro sarebbe stata perfetta…”
“Prego, nessun disturbo” le rispondo “anzi ne approfitti pure. Sto andando anche io da quelle parti. Venite con me, non vi preoccupate”.
“Ma io posso stare davanti? Vicino all’autista?” chiede speranzoso Luigi.
“Non saprei, non credo sia possibile…” gli sta dicendo la mamma quando invece il taxista afferma sicuro “Nun ce sta problema signò. Tengo o’ seggiolino fatt’apposta e po’ ce metto a’ cintura. State senza penziero!”
Così io e lei ci accomodiamo dietro, un po’ imbarazzati veramente… Probabile che il taxista ci abbia preso per marito e moglie, e nel frattempo comunque si è già messo a chiacchierare col bambino.
Dopo poco gli sta insegnando “O’ sole mio” e cantano beatamente insieme.
Noi ridiamo come matti, ma nella mamma si percepisce un certo nervosismo.
“Deve essere fiera di lui, è così socievole, così aperto…” le dico per abbassare la tensione.
“Sì sì” fa lei “anche troppo”.
“Beh, ma è sicuramente un bimbo allegro. Canta bene, si vede che è la sua passione no? Magari da grande con tutti questi talent show. Oddio ma li fanno anche già coi bambini se non ricordo male… perché non lo iscrive a una di queste gare. Così, per gioco, non si sa mai…”
“La prego, non ci si metta anche lei per favore” mi risponde sconfortata.
Mi odio per non aver intuito la sua stanchezza, per averle addirittura consigliato la partecipazione ad un talent… io, proprio io che queste trasmissioni non le sopporto.
Ma non faccio in tempo a rimediare che lei riprende.
“Ma questo non è un bambino normale sa? È mio figlio e lo amo più della mia stessa vita, ma le sembra umano che quando a volte si sveglia all’improvviso nel cuore della notte questo qui non urli di paura, non chiami la mamma o il babbo o si alzi e si metta a girare per casa… No, lui canta. A squarciagola. Canta… Bene, per carità, ma io non ce la faccio più”.
A me verrebbe voglia di ridere ancora, ma mi trattengo. Questa povera donna mi sembra sull’orlo dell’esaurimento nervoso. E resto confuso, non so cosa altro dirle, mentre lei chiude gli occhi e si lascia andare sullo schienale.
Quando siamo giunti a destinazione reggo la parte fino in fondo, per non metterla in un qualche imbarazzo. Pago e scendo con loro anche se mi toccherà farmi a piedi ancora un bel pezzo di strada.
Scompiglio i capelli al bimbo e poi mentre lei mi ringrazia, istintivamente ci scambiamo un abbraccio e un bacio sulle guance.
“Sono una cattiva madre?” mi sussurra all’orecchio mentre ci stacchiamo e io le dico di no, che assolutamente non deve neanche lontanamente pensare una cosa del genere.
Da come mi guarda mi sa che devono esserle sembrate frasi vuote, di circostanza.
Fatti pochi metri ci separiamo definitivamente e io mi volto per salutarli ancora con la mano.
E distintamente colgo le prime note della nuova canzone che lui sta già cantando. “Su un foglio di carta lo vedi il sole, è giallo”.
E mi dico che no, non le sarà facile arrivare a fine giornata.
Tuttavia, non posso fare a meno di riconsiderare il viaggio e quell’allegria, quel buonumore che il cantare del ragazzino ha diffuso in tutto lo scompartimento. Agli applausi, ai complimenti sinceri, alla voglia di socialità che stava riemergendo prepotente dopo tutto questo terribile tempo disagiato.
Faccio pochi passi finché istintivamente, felicemente contagiato, poso in terra la valigia, allargo le braccia e mi metto a cantare, a voce alta, pure io. Ma cosa sto intonando no, non ve lo dico…
Immagine di ChatGpt

