E così sono morto
Antonio Crescimanna, aprile 2026

Non me l’aspettavo. Nessuno se lo aspetta davvero: lo dice, non ci crede. Eppure, eccomi qui, o meglio: eccomi là, sul pavimento della cucina, con il ginocchio destro piegato in un modo che da vivo non avrei tollerato. Il corpo continua senza di me. Dopo una vita passata a comandarlo, aspettava solo questo per ribellarsi.
Ero uno scrittore. O uno che ha creduto di esserlo abbastanza a lungo da pubblicare undici romanzi, raccogliere premi minori, difendere virgole e scegliere tra due aggettivi come si sceglie tra due destini. Adesso sono morto e non trovo le parole per dirlo.
Lo specchio del corridoio, almeno, è stato sincero: non ha riflesso niente. Tutta quella faccia costruita negli anni — la ruga pensosa, il sorriso affabile, lo sguardo competente — cancellata in un istante. Ho descritto migliaia di volti; il mio mi è sempre sfuggito.
Sul tavolo c’è il manoscritto. L’ultimo. Trecento pagine scritte a mano: un romanzo sulla morte. Mi commuove, ora, la sicurezza con cui i vivi scrivono ciò che ignorano.
Sento i passi della signora Adalgisa. Scende, entra, guarda il corpo. Non urla. Si avvicina al tavolo, prende il manoscritto, si siede e comincia a leggere. Con la matita in mano.
Corregge una frase a pagina tre. Un’altra a pagina sette. Alla quindici scuote la testa.
Non sapevo che avesse studiato lettere. Che avesse pubblicato poesie. Che leggesse Gadda.
Adesso è al mio tavolo, con la mia penna, e sta riscrivendo il mio ultimo romanzo.
Lo sento con l’atroce chiarezza dei morti:
lo sta migliorando.
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